Liste d'attesa, Salutequità: solo tre regioni su 21 garantiscono i tempi massimi per le visite, due per gli esami

La tabella di Salutequità sul rispetto dei tempi massimi di attesa nelle regioni
La tabella di Salutequità sul rispetto dei tempi massimi di attesa nelle regioni La tabella di Salutequità sul rispetto dei tempi massimi di attesa nelle regioni

Nei dati di settembre della Piattaforma nazionale rispettano la soglia del 90% Basilicata, Marche e Lazio per le prime visite, Basilicata e Veneto per gli esami. Il presidente Aceti chiede controlli più efficaci e dati completi

Tre regioni per le visite, due per gli esami

A settembre 2026 sono soltanto tre le regioni che raggiungono la soglia di garanzia del 90% di rispetto dei tempi massimi in tutte le classi di priorità per le prime visite: Basilicata, che però non riporta il dato delle urgenze, Marche e Lazio. Insieme fanno poco più di 7,7 milioni di abitanti, il 13,1% della popolazione. Per gli esami diagnostici ci riescono solo Basilicata, sempre senza il dato delle urgenze, e Veneto: circa 5,4 milioni di abitanti, il 9,1% degli italiani.

È la fotografia scattata da Salutequità con un'elaborazione indipendente sui dati pubblici della Piattaforma nazionale liste di attesa gestita da Agenas.

Miglioramenti, ma non una svolta

Rispetto a giugno, per le prime visite 12 territori su 19 confrontabili migliorano e 7 peggiorano. Per gli esami 12 migliorano e 8 arretrano su 20. Considerando insieme visite ed esami, i progressi riguardano 11 territori su 19.

«Non cerchiamo classifiche, ma risposte reali ai cittadini», dichiara il presidente Tonino Aceti. «I numeri di settembre ci dicono che non possiamo ancora parlare di un’inversione di tendenza nelle liste d’attesa. Il miglioramento registrato negli esami diagnostici è un segnale da considerare, ma non può nascondere il peggioramento che interessa sette Regioni sul fronte delle prime visite».

L'allarme della Corte dei conti

I risultati si inseriscono nel quadro tracciato dalla relazione della Corte dei conti, che ha segnalato carenze di personale, difficoltà organizzative, informazioni regionali incomplete e fondi non interamente utilizzati. Nel periodo 2022-2025, su circa 1,845 miliardi stanziati, ne risultano usati circa 1,580.

«È inaccettabile lasciare risorse pubbliche inutilizzate, circa 300 milioni di euro, mentre i cittadini aspettano o mettono mano al portafoglio», aggiunge Aceti. «E senza dati completi non vediamo nemmeno tutti coloro che non riescono a prenotare o rinunciano alle cure. La piattaforma deve diventare uno strumento di governo reale, non solo una fotografia».

Le richieste

Salutequità chiede che la piattaforma pubblichi i dati, almeno regionali, sulle prescrizioni che non diventano prenotazioni e sul funzionamento dei percorsi di tutela previsti dalla legge, oltre ai dati di ogni Asl. Servono inoltre CUP con tutte le agende integrate, personale adeguato, controlli tempestivi sull'uso dei fondi e l'esercizio concreto dei poteri sostitutivi.

«Le liste d’attesa devono diventare “veramente” il banco di prova delle Regioni nella garanzia dei LEA», conclude Aceti, che chiede di rafforzare gli indicatori del Nuovo sistema di garanzia.

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La tabella di Salutequità sul rispetto dei tempi massimi di attesa nelle regioni
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