Fascicolo sanitario elettronico 2.0, la sfida è far viaggiare la storia clinica con il paziente

Il 95,2% dei medici di famiglia usa già il Fse, ma referti ed esami devono essere disponibili dove servono. Roberto Feroli di Salute.it: «Il paziente non può diventare il corriere dei propri documenti».

Un paziente arriva in pronto soccorso lontano da casa. Un anziano con più malattie viene seguito da specialisti diversi. Chi esce dall’ospedale torna dal medico di famiglia. In tutti questi casi la domanda è la stessa: chi deve curare quella persona ha subito le informazioni sulla sua storia clinica? È la sfida del Fascicolo sanitario elettronico 2.0, al centro di un approfondimento di Salute.it.

Referti, esami, lettere di dimissione, verbali di pronto soccorso, terapie, ricoveri precedenti, allergie. Non sono solo documenti da archiviare, ma pezzi della storia sanitaria di una persona. Quando non sono disponibili, spesso è il paziente a dover ricordare il nome dei farmaci o recuperare esami fatti mesi prima.

I numeri del Fascicolo

Il Fse 2.0 è regolato dal decreto del Ministero della Salute del 7 settembre 2023. Secondo i dati ufficiali, a dicembre 2025 il 95,2% dei medici di famiglia e dei pediatri lo alimentava e lo usava, oltre l’obiettivo Pnrr dell’85%. Entro giugno 2026 è stato raggiunto anche il traguardo del 90% dei documenti sanitari prodotti direttamente in formato Fse, dalle lettere di dimissione ai referti di laboratorio e radiologia.

«Non possiamo misurare il successo della sanità digitale soltanto contando quanti documenti vengono caricati», sottolinea Roberto Feroli, ceo di TuttoBene Tv e project manager di Salute.it. «Il risultato si vede quando una persona entra in un pronto soccorso, viene visitata da uno specialista o passa dall’ospedale al territorio».

Quando il dato diventa cura

Un ruolo chiave spetta al Profilo sanitario sintetico, che riassume le informazioni essenziali sullo stato di salute del cittadino. Conta soprattutto per anziani, persone fragili, malati cronici e chi prende molti farmaci, e nei passaggi tra pronto soccorso e reparto, tra ospedale e territorio, tra Regioni diverse. Alcune Regioni lavorano già al gemello digitale del paziente, che permette diagnosi a distanza e in tempi rapidi.

«Il paziente non può diventare il corriere dei propri documenti sanitari», osserva Feroli. «La tecnologia deve alleggerire questo peso e mettere il medico nelle condizioni di conoscere meglio la persona che ha davanti».

Nessuno deve restare indietro

Resta il rischio di nuove disuguaglianze: anziani e persone con meno competenze digitali non devono essere penalizzati da strumenti nati per semplificare. «La tecnologia migliore è quella che quasi scompare agli occhi del cittadino perché funziona», conclude Feroli. «Il traguardo non è avere più tecnologia nella sanità: è avere più salute grazie a una tecnologia che funziona».

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