Dallo scarto della soia un materiale per curare la pelle: lo studio di Statale e Politecnico
L'okara, residuo della produzione di tofu e bevande vegetali, diventa un biomateriale stampabile in 3D. Potrebbe servire contro il dolore dell'allattamento e dopo gli interventi per tumore al seno
Da scarto a risorsa
Trasformare uno scarto dell'industria alimentare in un materiale per proteggere e riparare la pelle. È il risultato di uno studio coordinato dall'Università Statale di Milano con il Politecnico e il NeMO Lab dell'Ospedale Niguarda, pubblicato sulla rivista Communications Materials.
Protagonista è l'okara, il residuo della produzione di tofu e bevande vegetali a base di soia. Di solito viene scartato, ma contiene ancora molte proteine. Da qui i ricercatori hanno ottenuto un estratto ricco di peptidi bioattivi, piccole catene di amminoacidi, e ne hanno studiato gli effetti sulle cellule della pelle.
Cosa hanno scoperto
I test di laboratorio hanno mostrato che l'estratto di okara ha attività antiossidanti e antinfiammatorie e favorisce la migrazione dei fibroblasti, le cellule che mantengono la struttura della pelle e partecipano alla guarigione delle ferite.
L'estratto è stato poi unito a un polimero biocompatibile e biodegradabile già usato nella ricerca biomedica, il policaprolattone. Ne è nata una miscela adatta alla stampa 3D, che rilascia lentamente i peptidi e mantiene le sue proprietà anche dopo la stampa. In prospettiva potrebbe servire per dispositivi contro il dolore legato all'allattamento e dopo gli interventi per tumore al seno.
Il gruppo di ricerca
Lo studio è stato coordinato da Carmen Lammi, docente di Scienze farmaceutiche alla Statale, con il gruppo di Serena Graziosi del Dipartimento di Meccanica del Politecnico e con Raffaele Pugliese del NeMO Lab di Niguarda. Fa parte del progetto 3DBioPad, finanziato dall'Unione europea con fondi del Pnrr.
«La ricerca proseguirà con la realizzazione, mediante stampa 3D, di un phantom biomimetico, un modello sperimentale in grado di riprodurre alcune delle principali caratteristiche del tessuto cutaneo del seno», spiega Lammi.
«È attraverso questa integrazione che puntiamo a coniugare lo sviluppo di nuove soluzioni per la salute delle persone, con un utilizzo più sostenibile delle risorse», aggiunge Graziosi.
Il progetto 3DBioPad, coordinato da Graziosi, mette insieme competenze di progettazione meccanica, scienza dei materiali, scienze alimentari e farmaceutiche, design di prodotto e manifattura additiva. «La possibilità di produrre mediante stampa 3D geometrie complesse con questo materiale bioattivo, apre nuove opportunità per lo sviluppo di dispositivi dedicati alla salute delle donne, con potenziali applicazioni anche in altri ambiti biomedicali», sottolinea la docente del Politecnico.
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Redazione