L’analista geopolitico Yari Lepre Marrani spiega come la pace tra USA e Iran sia ancora molto lontana

Guerra USA-Iran e tensioni nello Stretto di Hormuz
Guerra USA-Iran e tensioni nello Stretto di Hormuz Le tensioni tra Stati Uniti e Iran e il ruolo strategico dello Stretto di Hormuz al centro dell’analisi geopolitica di Yari Lepre Marrani.

Dallo Stretto di Hormuz alle dichiarazioni di Trump, fino al ruolo di Israele: cinque domande per comprendere la nuova escalation e gli scenari del conflitto.

L’escalation tra Stati Uniti e Iran

La nuova escalation tra Stati Uniti e Iran, le tensioni nello Stretto di Hormuz e il rischio di un ulteriore allargamento della crisi stanno riportando al centro del dibattito internazionale le conseguenze militari, politiche ed economiche di un conflitto sempre più complesso. A pesare sono anche le incognite legate alla durata della guerra, alle possibilità di una soluzione diplomatica e al ruolo di Israele e degli altri attori del Medio Oriente.

Ad analizzare questi scenari è Yari Lepre Marrani, saggista, giornalista culturale, scrittore e analista geopolitico. Laureato in Giurisprudenza e in Storia, Marrani si occupa di politica internazionale, geopolitica, storia, Vaticano, Chiesa e letteratura. Sull’Avanti! cura una rubrica di carattere storico ed è redattore del Centro Studi Machiavelli e di Notizie Geopolitiche.

Accanto all’attività giornalistica e di analisi porta avanti quella letteraria. Dal settembre 2023 figura tra i poeti contemporanei di WikiPoesia. La sua silloge I canti di un pellegrino, pubblicata nel dicembre 2024, è stata candidata al Premio Strega Poesia 2025. Nell’ottobre 2025 è inoltre uscito per Delos Digital il suo romanzo Cordiali saluti.

Con Marrani affrontiamo cinque dei principali interrogativi aperti dalla crisi, partendo dalla situazione nello Stretto di Hormuz per arrivare alle prospettive diplomatiche e agli equilibri regionali.

Hormuz e la capacità militare dei Pasdaran

Gli ultimi giorni hanno segnato una nuova e pericolosa escalation nel conflitto. L'Iran sostiene di aver colpito dieci navi nei pressi dello Stretto di Hormuz, tra cui due unità militari statunitensi e otto petroliere, dopo che gli USA avevano distrutto cinque petroliere iraniane. Quanto è grave questo passaggio e che cosa dimostra sulla capacità militare dei Pasdaran?

«È un passaggio estremamente grave perché sposta ulteriormente il baricentro della guerra dal territorio iraniano alla sicurezza delle rotte energetiche mondiali. Occorre però distinguere tra fatti accertati e rivendicazioni: Teheran sostiene di aver colpito due navi militari americane, mentre Washington nega che le proprie unità siano state centrate. È invece documentata la sequenza di attacchi contro il traffico marittimo e la distruzione di petroliere iraniane. Il dato politicamente più importante è comunque un altro: i Pasdaran, cioè il Corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica, conservano una notevole capacità di interdizione asimmetrica. L'Iran non deve necessariamente prevalere in uno scontro convenzionale con la Marina americana; gli basta rendere estremamente costoso e rischioso il controllo di Hormuz. È una strategia tipica delle potenze regionali che, di fronte a un avversario tecnologicamente superiore, trasformano geografia, missili, droni e guerra navale asimmetrica in strumenti di deterrenza».

Hormuz, Oman e Mar Arabico

Teheran sta minacciando di ampliare la propria zona marittima di interdizione oltre lo Stretto di Hormuz, verso l'Oman e il Mar Arabico. Perché questo elemento è strategicamente così importante?

«Perché Hormuz non è semplicemente uno stretto iraniano: è un passaggio internazionale attraverso il quale transita una quota enorme dell'energia mondiale. Prima della crisi arrivavano a passare attraverso quell'area diversi milioni di barili di petrolio al giorno; oggi il traffico è precipitato e il mercato ha già reagito con prezzi del Brent superiori ai 100 dollari. Se l'interdizione si estendesse stabilmente verso il Golfo di Oman e il Mar Arabico, l'Iran trasformerebbe una crisi locale in una crisi sistemica della sicurezza energetica internazionale. È precisamente questo il punto di forza della strategia iraniana: Teheran sa di non poter dominare militarmente gli Stati Uniti, ma può cercare di dimostrare che nemmeno gli Stati Uniti possono ottenere una vittoria a basso costo. Storicamente è la logica della deterrenza asimmetrica: non vincere necessariamente la guerra, ma impedire all'avversario di vincerla alle proprie condizioni».

Trump e le elezioni americane

Donald Trump ha recentemente dichiarato che «la guerra finirà subito dopo le nostre elezioni», cioè dopo le elezioni di metà mandato americane di novembre. È una prospettiva credibile oppure una dichiarazione soprattutto politica?

«Al momento appare soprattutto una previsione politica, non una valutazione strategica condivisa dall'apparato americano. Trump sostiene che il conflitto terminerà dopo le elezioni di novembre, ma contemporaneamente la sua amministrazione non sta conducendo veri negoziati con Teheran. Il vicepresidente JD Vance ha affermato che Washington non sta negoziando finché l'Iran continua ad attaccare le navi. Ancora più significativo è il contrasto con le valutazioni riservate attribuite ad alcuni dei principali consiglieri della Casa Bianca: secondo Reuters, Vance e il segretario di Stato Marco Rubio hanno avvertito Trump che il conflitto potrebbe protrarsi persino per il resto della sua presidenza. Qui emerge una contraddizione politologicamente interessante: Trump vuole presentare la guerra come un conflitto che può essere chiuso rapidamente, mentre la logica militare e diplomatica del conflitto sta producendo esattamente l'opposto. L'avvicinarsi delle elezioni americane introduce inoltre un elemento di politica interna che può condizionare la politica estera».

Gli spazi per la diplomazia

E sul piano diplomatico? Possiamo parlare ancora di negoziati, oppure siamo davanti a una guerra nella quale la diplomazia è stata sostanzialmente sospesa?

«Oggi parlerei più propriamente di diplomazia latente che di negoziato vero e proprio. Non risultano in corso trattative dirette Washington-Teheran; la stessa amministrazione americana lo ha sostanzialmente confermato. Tuttavia esistono ancora incentivi molto forti alla ricerca di una formula diplomatica: l'economia iraniana è sottoposta a una pressione durissima, mentre gli Stati Uniti devono fare i conti con il costo militare, l'aumento del prezzo dell'energia e il rischio di una guerra prolungata. È significativo che siano già allo studio ipotesi di uscita dalla crisi, comprese formule che potrebbero consentire all'Iran di rinunciare alle pretese di controllo economico su Hormuz salvando però la propria dignità politica. Il problema è che nessuno dei due contendenti vuole essere il primo a concedere. E qui ritorna una lezione classica della teoria dei conflitti: quando la guerra diventa anche una questione di prestigio, sicurezza del regime e credibilità internazionale, la razionalità militare non coincide più necessariamente con la convenienza politica».

Israele e gli equilibri regionali

In questo quadro quale ruolo giocano Netanyahu, Israele e gli altri attori regionali? Possiamo davvero immaginare una pace USA-Iran senza una più ampia sistemazione del Medio Oriente?

«È molto difficile. Netanyahu ha sempre considerato l'Iran soprattutto attraverso la lente della sicurezza esistenziale israeliana e continua a sostenere che il regime iraniano debba essere indebolito o rimosso. Recenti dichiarazioni del premier hanno definito il rovesciamento del regime iraniano una missione centrale di Israele. Ma Netanyahu stesso attraversa una fase politica delicata: Israele si avvia alle elezioni del 27 ottobre e la sua coalizione di destra appare più fragile, mentre il premier cerca di ricomporre il fronte nazionalista. Non ci sono però soltanto Washington, Teheran e Gerusalemme. Sono coinvolti gli Stati del Golfo, l'Oman — potenziale interlocutore diplomatico — l'Arabia Saudita, gli Emirati, l'Iraq, i gruppi armati filo-iraniani, gli Houthi in Yemen e, indirettamente, le grandi potenze economiche che dipendono dalla sicurezza energetica del Golfo. Gli Houthi, inoltre, stanno aumentando la pressione sulle infrastrutture saudite, aprendo un ulteriore fronte regionale. Per questo la pace non sembra vicina. La guerra può anche essere interrotta da un cessate il fuoco, ma una vera soluzione politica richiederebbe un nuovo equilibrio regionale: sicurezza israeliana, programma nucleare iraniano, ruolo dei Pasdaran, libertà di navigazione a Hormuz, sanzioni americane e sistema delle alleanze regionali. Finché questi dossier resteranno intrecciati, la fine dei bombardamenti non coinciderà necessariamente con la fine della guerra».