A Milano la grande mostra di Nado Canuti, scultore e partigiano

© Photos courtesy of www.nadocanuti.it

Nado Canuti, 97 anni e tre dita: il grande scultore arriva alla Casa della Memoria di Milano Dal 22 aprile una mostra antologica ripercorre settant'anni di arte nata dalla guerra e dalla speranza.

Quando scolpisco, io sogno e quando sogno vedo le cose in maniera diversa: la mia scultura viaggia nella luce, nello spazio, nell'immaginazione. Ecco perché realizzo anche opere appese. Quello che non puoi raggiungere materialmente, lo puoi raggiungere con la fantasia.

Nado Canuti

Bettolle, novembre 1943

Non si sentì niente. O almeno così dicono quelli che non erano lì. Chi c'era — e lui c'era, aveva quattordici anni e le mani ancora intatte — racconta di un silenzio prima. Di un momento sospeso, come quando l'aria esita prima di un temporale. Poi il boato. E poi il buio.
Era novembre del 1943. Bettolle era un grumo di case in provincia di Siena, occupata dai tedeschi, schiacciata tra la guerra e la Valdichiana. Nado Canuti e i suoi amici avevano trovato un ordigno. Erano ragazzi. Fecero quello che fanno i ragazzi: lo raccolsero.
L'esplosione portò via la mano sinistra e quasi tutte le dita della destra. Ne restarono tre. Con quelle tre dita, negli ottant’anni successivi, avrebbe modellato il bronzo, il cemento, il marmo. Avrebbe tenuto oltre settanta mostre personali. Avrebbe esposto a Palazzo Reale di Milano, al Museo Tadini, in Giappone, in Kenya, negli Stati Uniti. Avrebbe creato sculture che volano appese al soffitto e gioielli minuscoli come sogni.
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Il partigiano che non parlò

Prima ancora della scultura, però, c'è la storia del ragazzo che non aprì la bocca.
Già prima dell'esplosione, Nado faceva le sue guerre. A quattordici anni rubava armi ai tedeschi e le portava ai partigiani sulle colline dell'Aretino. Non era un gioco — era il 1943, e quell'anno in Toscana i giochi erano finiti per tutti. Arrestato dai nazifascisti dopo l'incidente, fu sottoposto ad interrogatori. Non rivelò nulla. Lo rilasciarono: era mutilato e aveva l'età sbagliata per essere un pericolo.
Sbagliavano. Continuò a combattere. Azioni di sabotaggio in Valdichiana, con tre dita e la paura cucita addosso. E poi il 25 aprile 1945 — la Liberazione — si offrì per disinnescare le mine che i tedeschi avevano piazzato per far saltare in aria il centro di Bettolle. Salvò, con le stesse mani mutilate, il paese che la guerra aveva cercato di distruggere.
Nella storia ufficiale di Nado Canuti, il partigiano e l'artista vengono quasi sempre trattati come due figure distinte, due vite in sequenza: prima la guerra, poi l'arte. Ma non è così. Sono la stessa vita. La scultura è la Resistenza continuata con altri mezzi.
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L'autodidatta di Piombino

Il dopoguerra lo portò a Piombino, dove lavorò per sei anni all'Italsider — stabilimento siderurgico, acciaio fuso, odore di ferro caldo. Non era un posto dove si pensava all'arte. Eppure, fu lì che cominciò a guardare i materiali in modo diverso. La scultura nasce da un'ossessione per la materia, e la materia, in una fonderia, è ovunque.
Alla fine degli anni Cinquanta — esordì come pittore autodidatta. Incoraggiato da tre amici storici dell'arte: Mino Maccari, Fortunato Bellonzi, Pier Carlo Santini. La prima esposizione fu alla Biblioteca Comunale di Piombino. Nessuna accademia, nessun maestro, nessuna scuola. Solo la rincorsa ostinata di qualcosa che aveva dentro e non sapeva ancora come chiamare.
Poi, a metà degli anni Sessanta, lasciò l'Italsider e si trasferì a Milano. La città lo accolse come accoglie sempre i provinciali con talento: con indifferenza prima, con ammirazione poi. Arrivarono i primi consensi critici, le prime gallerie. Arrivò la scultura, che da quel momento diventò il suo linguaggio unico.
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Dal dolore alla leggerezza: i quattro tempi di un'arte

Capire Nado Canuti vuol dire capire un paradosso: la sua arte ha percorso la direzione opposta a quella che ci si aspetterebbe. Di solito gli artisti partono dalla levità — dall'esuberanza giovanile, dalla scoperta gioiosa della forma — per approdare, con l'età, a una riflessione più cupa. Lui ha fatto il contrario.
Gli anni Sessanta sono il tempo del dolore fisso nel bronzo. Corpi lacerati, anatomie corrose, figure che sembrano gridarsi addosso la memoria di quello che è esploso vent'anni prima. Le serie Apparizioni, Metamorfosi, Deposizioni: ogni titolo è un lessico sacro svuotato e riempito di nuovo con qualcosa di più laico e urgente. I bassorilievi della Cappella Fazzi a Piombino appartengono a questo periodo — arte sacra, sì, ma incisa da una memoria profana e bruciante.
Poi, negli anni Settanta, qualcosa cambia. Le forme si quietano. Arriva la geometria: linee precise, incastri, superfici lisce. Il critico Giorgio Di Genova parlerà di «metamorfismo» come tratto caratteristico — sculture scomponibili, manipolabili, che cambiano forma nelle mani di chi le tocca. La scultura smette di essere grido e diventa dialogo.
Il punto di svolta ha una data e un nome. 1971: nasce il figlio Massimo. È il secondo grande spartiacque della vita di Canuti — il primo fu l'esplosione, il secondo fu una nascita. Come se la biografia avesse una coerenza brutale: prima si toglie, poi si dà. I materiali si alleggeriscono — dal cemento al ferro ai sintetici. Il colore entra di prepotenza. I soggetti diventano favola.
Dal 1993 — con il testo teorico Mutevole Forma — Canuti teorizza la scultura interattiva: opere con magneti sul retro, dove lo spettatore può spostare le figure e diventare co-autore. Elena Pontiggia le definirà «teatri portatili». Un artista di sessantaquattro anni che anticipa di decenni le pratiche della partecipazione.
Dagli anni Duemila, i pendenti: sculture appese al soffitto che si muovono con l'aria, che richiamano i mobiles di Alexander Calder ma raccontano storie diverse — figure umane e uccelli, simboli di speranza, che danzano in bilico tra il visibile e il punto in cui la gravità smette di contare.
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L'artista che il mondo conosce e l'Italia dimentica

C'è un dato che vale la pena ripetere ad alta voce: Nado Canuti ha tenuto oltre settanta mostre personali e oltre centocinquanta mostre collettive in Italia, Germania, Francia, Svizzera, Austria, Nord Europa, Paesi Arabi, Stati Uniti, Paesi latinoamericani, Messico, Giappone, Kenya. Le sue opere figurano in musei italiani e stranieri, in collezioni pubbliche e private, in chiese e santuari. Ha realizzato monumenti alla Resistenza e ai Caduti in varie città. Le sue sculture stanno nel parco del Museo MAGI'900, nella Galleria San Carlo di Milano, nel Santuario della Verna.
Di lui si sono occupati Luciano Caramel, Gillo Dorfles, Elena Pontiggia, Arturo Schwarz — che gli dedicò nel 1997 una monografia per L'Agrifoglio — Tommaso Trini, Giorgio Di Genova, Sebastiano Grasso. La sua opera ha generato tesi di laurea. L'ha commentata Vittorio Sgarbi, a proposito dell'Officina Canuti del 2007 in Valdera.
Eppure, pochi lo conoscono. È uno di quegli artisti che la critica specializzata rispetta profondamente e il grande pubblico ignora. Il suo nome non circola sui social, non compare nelle mostre di tendenza, non entra nelle conversazioni degli studi di design aperti il sabato mattina. È rimasto fedele a una dimensione artigianale, fisica, materica dell'arte in un'epoca che ha smesso di valorizzarla.
La mostra che apre il 22 aprile alla Casa della Memoria di Milano è la prima retrospettiva organizzata dall'ANPI Provinciale. Non è una galleria commerciale. Non è un museo con budget milionari. È un'associazione che tutela la memoria della Resistenza che ha deciso che la storia di Nado Canuti doveva essere raccontata qui, ora, in questo modo.
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Il figlio, il libro, Morgan

Nel 2025 qualcosa si è mosso. Il figlio Massimo — scrittore, già autore di libri per ragazzi tradotti in Cina — ha pubblicato per Uovonero Tre dita, romanzo che romanza l'adolescenza del padre. Il titolo è ciò che rimase dopo l'esplosione. La narrazione è in prima persona, il tono è quello — raro — di chi riesce a tenere insieme ironia e dolore senza che si escludano a vicenda.
«Quando ero piccolo, lo vedevo sempre con le mani in tasca e mi chiedevo che cosa mai potesse nascondere lì dentro», ha raccontato Massimo. «Anni dopo ho capito che in quelle tasche c'era questa storia e io dovevo raccontarla.»
In parallelo, il regista Daniele Farina ha girato Nado, documentario di sessantotto minuti prodotto da Artery Film con un contributo del Ministero della Cultura. Le musiche originali sono di Morgan — Marco Castoldi — e Andrea De Paoli. Il film è stato presentato in anteprima a Bettolle il 1° giugno 2025, ha ricevuto una targa d'onore dalle autorità cittadine ed è partito per il giro dei festival. La locandina è del fotografo Eolo Perfido. È un film fatto bene, con quella rara onestà dei documentari che non hanno budget per la retorica.
La mostra di aprile 2026 arriva come coronamento di questa ondata. Non è un caso: il 2025 è stato l'anno in cui il mondo si è ricordato di Nado Canuti. Il 2026 è l'anno in cui gli viene data una sala.
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La Casa della Memoria e il 25 aprile

L'inaugurazione è il 22 aprile 2026. Tre giorni prima del 25 aprile — ottantesimo anniversario della Liberazione. Non è un caso. Non potrebbe esserlo.
La Casa della Memoria di via Federico Confalonieri 14 è lo spazio del Comune di Milano dedicato alla memoria storica e alla Resistenza. Sceglierlo per una mostra su un partigiano-artista è un atto curatoriale che ha un significato preciso: Canuti non viene esposto nonostante la sua storia, ma attraverso di essa. L'arte e la biografia non si separano. Non possono.
La mostra, curata da Giorgio Seveso e Francesca Pensa per il gruppo di lavoro ANPI Artisti e Resistenze, è una sintesi antologica: sculture degli anni Sessanta (i corpi del dolore), sculture geometriche degli anni Settanta e Ottanta, le opere mobili degli anni Novanta, i pendenti degli anni Duemila, pittura, collage. Un percorso che attraversa decenni e che lascia capire come un'unica vita — con un'esplosione in mezzo e una nascita — possa generare tante forme diverse di bellezza.
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Quello che non si può fermare

A 97 anni, Nado Canuti vive e lavora ancora a Milano. Le sue mani — quelle tre dita — non si sono fermate.
C'è qualcosa di vertiginoso nel guardare la sua traiettoria tutta intera. Il ragazzo di Bettolle che perde sette dita e non tradisce i partigiani. L'operaio dell'Italsider che comincia a scolpire senza aver studiato scultura. L'artista che espone in Giappone e in Kenya mentre l'Italia si dimentica di lui. Il padre il cui figlio pubblica un romanzo su di lui. L'uomo che vuole appendere il tempo a un chiodo e sa benissimo che non si può.
La guerra, l’arte, la vita che resiste. Tutta l’opera di Nado Canuti parla di questo: di cose che resistono, di figure che restano in piedi nonostante le deformazioni, di sculture che si muovono nell’aria ma non cadono. Uccelli appesi a fili invisibili, sospesi tra la leggerezza e il peso, come chi ha imparato che esistere è già, di per sé, una forma di coraggio. Non c’è retorica, in queste opere. C’è una verità più semplice e più dura: si può essere spezzati e continuare lo stesso.
La mostra si chiama Storie di Nado. Opere di un artista tra incanto e tormento. Ed è un titolo preciso, perché non racconta soltanto un artista, ma un modo di stare al mondo. Racconta chi, dopo un’esplosione, non si ferma; chi perde e poi ricomincia; chi trova — non si sa come — quella cosa ostinata, quasi inspiegabile, che lo spinge ancora a fare. Nonostante tutto.
Stefano Brigati - Redattore

I curatori

Giorgio Seveso
Nato a Sanremo nel 1944, critico d'arte e giornalista, si stabilisce a Milano nel 1969 dove collabora per quasi trent'anni come critico d'arte con il quotidiano l'Unità. Iscritto all'albo dei giornalisti pubblicisti dal 1974, ha curato numerose monografie dedicate a personalità e movimenti dell'arte contemporanea figurativa, con un interesse particolare per quegli artisti capaci di testimoniare una responsabilità etica nel rapporto tra arte e realtà. Nel 1990 vince il premio Vasto per la critica d'arte con il saggio Moralità dell'immagine. Dal 2015 anima con Francesca Pensa il gruppo di lavoro ANPI Artisti e Resistenze, con cui ha organizzato presso la Casa della Memoria di Milano numerose mostre di impegno civile, tra cui quelle dedicate a Giandante X, alla scultrice Genni Wiegmann Mucchi e, nel 2026, a Nado Canuti.

Francesca Pensa
Curatrice e storica dell'arte milanese, co-fondatrice con Giorgio Seveso del gruppo di lavoro ANPI Artisti e Resistenze, nato nel 2015 in occasione del settantesimo anniversario della Liberazione. Da oltre dieci anni collabora stabilmente con l'ANPI Provinciale di Milano, curando mostre dedicate ad artisti che hanno intrecciato ricerca estetica e impegno antifascista, come la retrospettiva sulla scultrice Genni Wiegmann Mucchi alla Casa della Memoria e le collettive annuali per il 25 aprile. La sua curatela privilegia il rapporto tra biografia e opera, tra storia civile e linguaggio artistico — una linea di ricerca che trova nella mostra su Nado Canuti la sua espressione più compiuta.

Informazioni utili

Storie di Nado — Opere di un artista tra incanto e tormento

Sede: Casa della Memoria, via Federico Confalonieri 14, Milano

Inaugurazione: 22 aprile 2026, ore 18:00

Periodo: fino al 24 maggio 2026

Orari: martedì – domenica, 10:30–18:00

Ingresso: gratuito

Visite guidate gratuite:
— 28 aprile 2026, ore 11:30 · Giorgio Seveso
— 9 maggio 2026, ore 11:00 · Francesca Pensa

Catalogo: edito da Poliartes

Organizzazione: ANPI Provinciale Milano

Informazioni: milano@anpi.it · tel. 02 76 02 3372
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