L'elisir d'amore, il filtro che non conteneva nulla. Al Teatro alla Scala di Milano l'opera che Donizetti scrisse per vincere una scommessa
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- 27 agosto 2026
Dal 5 al 16 settembre la Scala affida alle voci dell'Accademia il capolavoro comico di Donizetti: un'opera nata per necessità, in un tempo record, e costruita su una trama presa quasi di peso da un vaudeville parigino uscito appena l'anno prima. Storia, aneddoti e curiosità dell'opera che ha reso eterno un vino spacciato per magia.
La trama
Siamo in un villaggio dei Paesi Baschi, alla fine del Settecento. Sotto l'ombra di un grande albero, mentre i contadini riposano dalla mietitura, Adina legge ad alta voce la storia di Tristano e Isotta e del filtro che li unì per sempre. Nemorino, contadino povero e timido, la osserva da lontano: la ama da tempo, ma non trova mai il coraggio di dirglielo. Adina non è crudele, è solo libera: pensa che l'amore fedele sia una gabbia, e lo dice apertamente, con la leggerezza di chi non ha ancora avuto motivo di soffrire per nessuno.
L'arrivo del sergente Belcore complica tutto. Marziale, spavaldo, sicuro di sé, corteggia Adina davanti a tutto il villaggio e le propone di sposarlo su due piedi. Lei, per gioco più che per convinzione, dice che ci penserà. Nemorino, disperato, non sa che fare — finché in paese non arriva il dottor Dulcamara, ciarlatano itinerante che vende rimedi miracolosi per ogni male del corpo e dell'anima. Nemorino gli chiede se per caso possieda l'elisir che, nella leggenda di Tristano, fa innamorare chi lo beve. Dulcamara, che di elisir non ha altro che una bottiglia di Bordeaux spacciata per pozione, gliela vende per uno zecchino, avvertendolo che l'effetto richiederà ventiquattr'ore — il tempo sufficiente perché lui, il finto dottore, sia già lontano dal villaggio prima che l'inganno venga scoperto.
Nemorino beve tutto d'un fiato e, ubriaco, comincia a comportarsi con un'indifferenza che scambia per sicurezza da innamorato riamato. Adina, ferita da quella freddezza improvvisa, accetta per dispetto di sposare Belcore entro pochi giorni. Nemorino, nel panico, ha bisogno di altro elisir e di altro denaro per comprarlo: si arruola nel reggimento di Belcore in cambio di venti scudi, pronto a rinunciare alla propria libertà pur di conquistare quella di Adina.
Quello che Nemorino non sa è che, nel frattempo, uno zio che nessuno in paese conosceva è morto lasciandogli un'eredità considerevole. La notizia si sparge prima di raggiungere lui: le ragazze del villaggio, attratte dal denaro, cominciano improvvisamente a corteggiarlo. Nemorino, ignaro della vera ragione, è certo che l'elisir stia finalmente facendo effetto. Adina, vedendolo circondato e felice, prova per la prima volta una gelosia che non sapeva di poter provare, e capisce di amarlo davvero — non per l'eredità, che ancora non conosce, ma per il sacrificio che lui ha fatto arruolandosi pur di riconquistarla. Riscatta il suo contratto da Belcore e va a cercarlo. Nemorino, in disparte, la osserva e scorge una lacrima nei suoi occhi: capisce, in quell'istante, di essere finalmente riamato. Adina confessa il proprio sentimento, Dulcamara, prima di ripartire, si intesta pubblicamente il merito del prodigio, e Belcore si consola pensando che di ragazze, in fondo, ce ne sono altre.
È un'opera che racconta come la fiducia in se stessi, anche quando nasce da un equivoco, possa cambiare il modo in cui gli altri ci guardano — e come, alla fine, non sia mai stato davvero il vino a fare il miracolo.
L'arrivo del sergente Belcore complica tutto. Marziale, spavaldo, sicuro di sé, corteggia Adina davanti a tutto il villaggio e le propone di sposarlo su due piedi. Lei, per gioco più che per convinzione, dice che ci penserà. Nemorino, disperato, non sa che fare — finché in paese non arriva il dottor Dulcamara, ciarlatano itinerante che vende rimedi miracolosi per ogni male del corpo e dell'anima. Nemorino gli chiede se per caso possieda l'elisir che, nella leggenda di Tristano, fa innamorare chi lo beve. Dulcamara, che di elisir non ha altro che una bottiglia di Bordeaux spacciata per pozione, gliela vende per uno zecchino, avvertendolo che l'effetto richiederà ventiquattr'ore — il tempo sufficiente perché lui, il finto dottore, sia già lontano dal villaggio prima che l'inganno venga scoperto.
Nemorino beve tutto d'un fiato e, ubriaco, comincia a comportarsi con un'indifferenza che scambia per sicurezza da innamorato riamato. Adina, ferita da quella freddezza improvvisa, accetta per dispetto di sposare Belcore entro pochi giorni. Nemorino, nel panico, ha bisogno di altro elisir e di altro denaro per comprarlo: si arruola nel reggimento di Belcore in cambio di venti scudi, pronto a rinunciare alla propria libertà pur di conquistare quella di Adina.
Quello che Nemorino non sa è che, nel frattempo, uno zio che nessuno in paese conosceva è morto lasciandogli un'eredità considerevole. La notizia si sparge prima di raggiungere lui: le ragazze del villaggio, attratte dal denaro, cominciano improvvisamente a corteggiarlo. Nemorino, ignaro della vera ragione, è certo che l'elisir stia finalmente facendo effetto. Adina, vedendolo circondato e felice, prova per la prima volta una gelosia che non sapeva di poter provare, e capisce di amarlo davvero — non per l'eredità, che ancora non conosce, ma per il sacrificio che lui ha fatto arruolandosi pur di riconquistarla. Riscatta il suo contratto da Belcore e va a cercarlo. Nemorino, in disparte, la osserva e scorge una lacrima nei suoi occhi: capisce, in quell'istante, di essere finalmente riamato. Adina confessa il proprio sentimento, Dulcamara, prima di ripartire, si intesta pubblicamente il merito del prodigio, e Belcore si consola pensando che di ragazze, in fondo, ce ne sono altre.
È un'opera che racconta come la fiducia in se stessi, anche quando nasce da un equivoco, possa cambiare il modo in cui gli altri ci guardano — e come, alla fine, non sia mai stato davvero il vino a fare il miracolo.
Il musicista che Milano non aveva mai amato davvero
Quando cominciò a scrivere l'Elisir, nella primavera del 1832, Gaetano Donizetti aveva trentaquattro anni e un rapporto con Milano tutt'altro che facile. Fin dal suo debutto milanese nel 1822, con Chiara e Serafina alla Scala, l'accoglienza riservata alle sue opere era stata quasi sempre tiepida: la città viveva ancora nell'ombra ingombrante di Gioachino Rossini, che nella sola stagione 1824-25 aveva occupato il cartellone scaligero con sei titoli propri. Fino a quel momento, solo due lavori comici — L'aio nell'imbarazzo e Olivo e Pasquale — avevano trovato un favore genuino.
Pochi mesi prima dell'Elisir, nel marzo del 1832, Donizetti aveva portato in scena alla Scala Ugo, conte di Parigi: fu un fiasco totale, aggravato dai tagli imposti dalla censura milanese durante le prove generali, tanto pesanti che lo stesso librettista, Felice Romani, arrivò a rinnegare pubblicamente il testo appena ne conobbe la versione mutilata. Donizetti si trovò così, per l'ennesima volta, a dover ripartire da zero in una città che continuava a guardarlo con sospetto.
Fu proprio in quel momento di incertezza che arrivò, quasi per caso, la commissione che avrebbe cambiato tutto.
Pochi mesi prima dell'Elisir, nel marzo del 1832, Donizetti aveva portato in scena alla Scala Ugo, conte di Parigi: fu un fiasco totale, aggravato dai tagli imposti dalla censura milanese durante le prove generali, tanto pesanti che lo stesso librettista, Felice Romani, arrivò a rinnegare pubblicamente il testo appena ne conobbe la versione mutilata. Donizetti si trovò così, per l'ennesima volta, a dover ripartire da zero in una città che continuava a guardarlo con sospetto.
Fu proprio in quel momento di incertezza che arrivò, quasi per caso, la commissione che avrebbe cambiato tutto.
La sfida dei quattordici giorni
Quella primavera, l'impresario del Teatro della Cannobiana, Alessandro Lanari, si trovò con un'opera in meno rispetto al programma stagionale, a causa della defezione improvvisa di uno dei compositori previsti. Disperato, si rivolse a Donizetti, noto in tutta Italia per la sua rapidità di scrittura. Donizetti accettò e si mise d'accordo con Felice Romani — con cui aveva già lavorato con profitto in passato — per il libretto.
Su come nacque concretamente la partitura, le fonti dirette sono scarse: nemmeno il fitto epistolario donizettiano, prezioso in altre occasioni, aiuta a ricostruire con precisione i tempi. La leggenda più diffusa, e più citata, viene da Emilia Branca, vedova di Romani, che nel suo volume dedicato al marito raccontò di un vero e proprio duello tra i due artisti: Donizetti si sarebbe presentato al poeta dicendogli di essersi impegnato a musicare un poema intero in quattordici giorni, concedendone sette a Romani per scriverlo — «vediamo chi ha più coraggio di noi due». Al netto delle imprecisioni che simili racconti aneddotici portano sempre con sé, la sostanza è confermata da più biografi: l'opera fu scritta in un tempo compresso, quasi sicuramente inferiore alle tre settimane.
Per accelerare i tempi, Romani trasse la trama da Le Philtre, opera che Eugène Scribe aveva scritto l'anno precedente per il compositore Daniel Auber, andata in scena a Parigi il 20 giugno 1831 e ancora fresca di successo quando i due italiani si misero al lavoro. La somiglianza tra i due libretti è tale da sfiorare, secondo alcuni commentatori, il plagio vero e proprio: la corrispondenza dei personaggi è quasi uno a uno, dal contadino innamorato al sergente spaccone, dal ciarlatano alla ragazza di paese. Fu, in tutti i sensi, un lavoro costruito sotto pressione e sopra un modello già collaudato — eppure il risultato non assomigliò in nulla a un semplice rifacimento.
Su come nacque concretamente la partitura, le fonti dirette sono scarse: nemmeno il fitto epistolario donizettiano, prezioso in altre occasioni, aiuta a ricostruire con precisione i tempi. La leggenda più diffusa, e più citata, viene da Emilia Branca, vedova di Romani, che nel suo volume dedicato al marito raccontò di un vero e proprio duello tra i due artisti: Donizetti si sarebbe presentato al poeta dicendogli di essersi impegnato a musicare un poema intero in quattordici giorni, concedendone sette a Romani per scriverlo — «vediamo chi ha più coraggio di noi due». Al netto delle imprecisioni che simili racconti aneddotici portano sempre con sé, la sostanza è confermata da più biografi: l'opera fu scritta in un tempo compresso, quasi sicuramente inferiore alle tre settimane.
Per accelerare i tempi, Romani trasse la trama da Le Philtre, opera che Eugène Scribe aveva scritto l'anno precedente per il compositore Daniel Auber, andata in scena a Parigi il 20 giugno 1831 e ancora fresca di successo quando i due italiani si misero al lavoro. La somiglianza tra i due libretti è tale da sfiorare, secondo alcuni commentatori, il plagio vero e proprio: la corrispondenza dei personaggi è quasi uno a uno, dal contadino innamorato al sergente spaccone, dal ciarlatano alla ragazza di paese. Fu, in tutti i sensi, un lavoro costruito sotto pressione e sopra un modello già collaudato — eppure il risultato non assomigliò in nulla a un semplice rifacimento.
Una città diffidente si ricrede in una sera
L'elisir d'amore andò in scena per la prima volta il 12 maggio 1832 al Teatro della Cannobiana di Milano, diretta da Alessandro Rolla. Il cast riuniva Sabine Heinefetter nel ruolo di Adina, Giuseppe Frezzolini come Dulcamara, Henri-Bernard Dabadie come Belcore, Giovan Battista Genero come Nemorino e Marietta Sacchi nei panni di Giannetta — fu proprio Genero, quella sera, il primo tenore a cantare "Una furtiva lagrima".
Il successo fu immediato, e sorprese lo stesso Donizetti, abituato all'indifferenza o alla freddezza del pubblico milanese. Il giorno dopo la prima scrisse al proprio maestro, Giovanni Simone Mayr, raccontando l'accoglienza della stampa cittadina con parole quasi incredule: la Gazzetta, disse, giudicava l'opera «troppo bene, troppo, credete a me, troppo!». Era la prima volta, in dieci anni di carriera milanese segnata da tiepidezze e insuccessi, che Donizetti si trovava a dover moderare l'entusiasmo altrui invece di difendersi dalle stroncature.
Il successo fu immediato, e sorprese lo stesso Donizetti, abituato all'indifferenza o alla freddezza del pubblico milanese. Il giorno dopo la prima scrisse al proprio maestro, Giovanni Simone Mayr, raccontando l'accoglienza della stampa cittadina con parole quasi incredule: la Gazzetta, disse, giudicava l'opera «troppo bene, troppo, credete a me, troppo!». Era la prima volta, in dieci anni di carriera milanese segnata da tiepidezze e insuccessi, che Donizetti si trovava a dover moderare l'entusiasmo altrui invece di difendersi dalle stroncature.
La lacrima che nessuno aveva scritto prima
Tra tutte le pagine dell'Elisir, ce n'è una che non ha alcun corrispettivo in Le Philtre, il vaudeville francese da cui Romani e Donizetti presero quasi tutto il resto. È "Una furtiva lagrima", il momento in cui l'opera smette per qualche minuto di essere una commedia. Mentre tutto il resto della partitura procede con il passo brillante e ritmato dell'opera buffa, questa romanza si apre in si bemolle minore — tonalità scura, carica di associazioni tragiche — introdotta da un'arpa seguita a breve distanza da un fagotto solista, una combinazione timbrica insolita che avvolge la voce del tenore in un'ombra malinconica prima ancora che canti la prima nota. Ogni strofa comincia in minore e si risolve in maggiore, un passaggio dal dolore alla speranza che Donizetti costruisce senza affrettarlo.
È un paradosso che vale la pena notare: nell'opera più derivativa e più scritta di fretta di tutto il catalogo donizettiano, il momento che il pubblico ricorda meglio di ogni altro è quello che il modello francese non prevedeva affatto. Non un debito, ma un'invenzione.
Il destino di quella pagina, nei decenni successivi, superò ogni previsione. Nel febbraio del 1901 Enrico Caruso interpretò per la prima volta Nemorino alla Scala, diretto da Arturo Toscanini. Il pubblico, notoriamente severo, era rimasto freddo per gran parte della serata — finché non arrivò Una furtiva lagrima. L'ovazione fu tale che Caruso dovette ripeterla tre volte di seguito. Tornato dietro le quinte, Toscanini abbracciò il tenore e si complimentò dicendo, rivolto al direttore del teatro, che quel giovane napoletano avrebbe presto fatto parlare di sé in tutto il mondo. Aveva ragione: quell'aria, incisa da Caruso pochi anni dopo tra le sue primissime registrazioni, sarebbe diventata uno dei brani più eseguiti e più incisi dell'intera storia del disco operistico.
È un paradosso che vale la pena notare: nell'opera più derivativa e più scritta di fretta di tutto il catalogo donizettiano, il momento che il pubblico ricorda meglio di ogni altro è quello che il modello francese non prevedeva affatto. Non un debito, ma un'invenzione.
Il destino di quella pagina, nei decenni successivi, superò ogni previsione. Nel febbraio del 1901 Enrico Caruso interpretò per la prima volta Nemorino alla Scala, diretto da Arturo Toscanini. Il pubblico, notoriamente severo, era rimasto freddo per gran parte della serata — finché non arrivò Una furtiva lagrima. L'ovazione fu tale che Caruso dovette ripeterla tre volte di seguito. Tornato dietro le quinte, Toscanini abbracciò il tenore e si complimentò dicendo, rivolto al direttore del teatro, che quel giovane napoletano avrebbe presto fatto parlare di sé in tutto il mondo. Aveva ragione: quell'aria, incisa da Caruso pochi anni dopo tra le sue primissime registrazioni, sarebbe diventata uno dei brani più eseguiti e più incisi dell'intera storia del disco operistico.
Una scuola che sale sul palcoscenico più famoso del mondo
Questa ripresa scaligera dell'Elisir non appartiene al cartellone dei grandi nomi internazionali, e non è un caso. Ogni anno la Scala affida un titolo alle forze dell'Accademia di Perfezionamento per Cantanti Lirici e dell'Accademia di Arti e Mestieri dello Spettacolo del teatro: orchestra, solisti e coro trovano così l'occasione di misurarsi con il palcoscenico principale davanti al pubblico della Stagione, prima di proseguire le rispettive carriere nei teatri di tutto il mondo. Per il 2026 la scelta è caduta su un nuovo allestimento dell'Elisir, pensato fin dall'inizio con una doppia funzione: le recite della Stagione, dal 5 al 16 settembre, e una versione destinata al pubblico dei più giovani, in programma allo stesso teatro dal 24 ottobre al 6 dicembre.
La produzione segna due debutti scaligeri. Sul podio arriva Marco Alibrando, tra i direttori italiani della nuova generazione più seguiti, da poco nominato alla guida del Nationaltheater e della Staatskapelle di Weimar e fondatore del progetto milanese Voce all'Opera. La regia è firmata da Maria Mauti, alla sua prima produzione lirica scaligera dopo un percorso da scrittrice e documentarista e un debutto operistico con Norma a Macerata. Le scene sono di Marco Rossi, i costumi di Nicoletta Ceccolini, le luci di Peter Van Praet, i movimenti coreografici di Stefania Ballone.
Il cast, composto da allievi ed ex allievi dell'Accademia provenienti da diversi paesi, vede nel ruolo di Adina l'alternanza tra Sabrina Sanza e Noemi Muschetti, mentre Nemorino ha un unico interprete per l'intera serie di recite, Cristóbal Campos Marin. Belcore si divide tra Chao Liu e Geunhwa Lee, il dottor Dulcamara è affidato per tutte le recite a Misha Kiria, e Giannetta alterna Saori Sugiyama e Aigerim Altynbek. Le sei recite in programma — 5, 8, 10, 12, 14 e 16 settembre — hanno già esaurito i biglietti per le prime quattro date, mentre per le ultime due restano pochi posti disponibili. Un'ora prima di ogni recita, nel Ridotto dei Palchi Toscanini, lo studioso Raffaele Mellace tiene una conferenza introduttiva aperta al pubblico.
La produzione segna due debutti scaligeri. Sul podio arriva Marco Alibrando, tra i direttori italiani della nuova generazione più seguiti, da poco nominato alla guida del Nationaltheater e della Staatskapelle di Weimar e fondatore del progetto milanese Voce all'Opera. La regia è firmata da Maria Mauti, alla sua prima produzione lirica scaligera dopo un percorso da scrittrice e documentarista e un debutto operistico con Norma a Macerata. Le scene sono di Marco Rossi, i costumi di Nicoletta Ceccolini, le luci di Peter Van Praet, i movimenti coreografici di Stefania Ballone.
Il cast, composto da allievi ed ex allievi dell'Accademia provenienti da diversi paesi, vede nel ruolo di Adina l'alternanza tra Sabrina Sanza e Noemi Muschetti, mentre Nemorino ha un unico interprete per l'intera serie di recite, Cristóbal Campos Marin. Belcore si divide tra Chao Liu e Geunhwa Lee, il dottor Dulcamara è affidato per tutte le recite a Misha Kiria, e Giannetta alterna Saori Sugiyama e Aigerim Altynbek. Le sei recite in programma — 5, 8, 10, 12, 14 e 16 settembre — hanno già esaurito i biglietti per le prime quattro date, mentre per le ultime due restano pochi posti disponibili. Un'ora prima di ogni recita, nel Ridotto dei Palchi Toscanini, lo studioso Raffaele Mellace tiene una conferenza introduttiva aperta al pubblico.
Un inganno che ha detto la verità
Nell'Elisir d'amore nessuno muore, nessuno tradisce per davvero, nessuno viene punito. È forse per questo che l'opera continua a funzionare quasi due secoli dopo essere stata scritta in una manciata di giorni per tappare un buco di cartellone: perché racconta, con la leggerezza di una commedia, un meccanismo che ogni epoca riconosce come vero. Nemorino non cambia perché ha bevuto qualcosa di magico. Cambia perché crede di essere diverso, e quella fiducia — per quanto costruita su un equivoco, su una bottiglia di vino comune spacciata per prodigio — modifica davvero il modo in cui si muove nel mondo, e il modo in cui il mondo, di conseguenza, gli risponde. Nell'elisir non c'era nulla. Ma bastò crederci, per farlo funzionare davvero.
Stefano Brigati - Redattore
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