Data center, PGT e futuro di Peschiera Borromeo, la lettera di Edoardo Musci
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- 02 novembre 2026
Una riflessione critica su pianificazione, PGT, consumo di suolo e partecipazione dei cittadini
Il data center è solo lo specchio di un sistema. E se non cambiamo metodo, continuerà tutto come prima.
C’è un aspetto fondamentale che rischia di passare in secondo piano nel dibattito sul data center di San Bovio: questa vicenda non è soltanto una battaglia contro una singola infrastruttura. È l’occasione per capire finalmente come funziona, da sempre, la pianificazione del territorio e la politica in generale a Peschiera Borromeo.
Da troppo tempo le scelte sul futuro del nostro territorio vengono decise da pochissimi, nelle loro stanze, lontano da qualsiasi confronto reale con i cittadini. E il data center ne è l’ennesima chiara dimostrazione.
Nelle ultime tre amministrazioni tutti sapevano del progetto. Non è una novità arrivata all’improvviso. Per tutte, la sua realizzazione a Peschiera è stata una possibilità, una scelta politica. Poco importa quanto devastanti possano essere le conseguenze di quella scelta. Ma nessuno ha mai informato con trasparenza e voglia di condivisione le scelte che stavano prendendo.
Il tema dei data center è diventato oggetto di discussione internazionale per le sue implicazioni ambientali, energetiche, economiche e sociali. Ed è proprio anche per questo che sono nate mobilitazioni e comitati. Per questo se ne parla tanto ora.
Il sindaco Coden mi dicono che abbia detto in un’assemblea pubblica: «Ma vi siete svegliati solo ora?». Una frase che può sembrare un’offesa o una provocazione. Eppure contiene una verità scomoda, che dovremmo avere il coraggio di guardare.
Se il data center non fosse diventato un argomento di cui si parla in tutto il mondo, sarebbe nata questa mobilitazione? Oppure il progetto sarebbe stato accolto, magari senza particolare entusiasmo, ma sostanzialmente in silenzio, come tante altre trasformazioni del nostro territorio?
Perché il problema viene da molto prima del data center.
Il tema centrale è il rapporto che abbiamo con la natura e con il territorio. È il legame con il mondo naturale, con la terra sulla quale viviamo, con ciò che ci permette di vivere. La nostra idea di convivenza con il paesaggio. È da qui che nasce tutto. Anche il disprezzo con cui pochissimi politici locali possono pensare di imporre un data center a un’intera comunità.
Dobbiamo quindi chiederci perché abbiamo accettato, per tanti anni, che il nostro territorio venisse trasformato senza un vero confronto collettivo.
Abbiamo assistito alla costruzione di un centro commerciale, al consumo di terreni agricoli, alla costruzione di palazzoni, all’espansione delle aree commerciali e industriali su terreni fertili, alla scomparsa di cascine e di parti importanti del nostro paesaggio. Tutto questo in nome della modernità e della tecnologia senza nessun amore per il nostro territorio.
Ma quante volte ci siamo interrogati davvero su ciò che stavamo facendo? Non soltanto su quale città stavamo costruendo, ma su quale modello di vita stavamo accettando. Su quale rapporto con la natura stavamo perdendo. Su quale mondo stavamo consegnando a chi verrà dopo di noi.
Parliamo per un attimo del sacro fiume Lambro?
Abbiamo uno dei fiumi più inquinati d’Europa che attraversa il nostro comune. Cinquant’anni fa era ancora pescoso e balneabile. Oggi è il simbolo di una devastazione ambientale che abbiamo lasciato consumare per decenni.
Quanta attenzione collettiva e politica ha ricevuto tutto questo? Nessuna. Da oltre 15 anni propongo un sistema di gestione per poterlo far tornare pulito. Mai ricevuto una risposta. Possibile che la politica locale non risponda mai?
Il rischio è proprio quello di mobilitarci soltanto quando un problema diventa visibile, quando assume rilevanza internazionale o quando arriva vicino a casa nostra. Nel frattempo, tutto il resto continua.
Continua il consumo di suolo, continua la distruzione del paesaggio, continua l’indifferenza verso ciò che stiamo perdendo. E soprattutto continua lo stesso metodo: pochi decidono, tutti gli altri ne subiscono le conseguenze.
Quante volte le scelte strategiche sul nostro territorio sono state oggetto di un confronto pubblico tempestivo, quando era ancora possibile incidere davvero? Purtroppo, quasi mai.
Se non avessimo il Parco Agricolo Sud Milano, nato grazie a proposte e battaglie popolari, a Peschiera Borromeo probabilmente rimarrebbe ben poco da salvare dalla cementificazione.
Il problema, quindi, non è soltanto ciò che accade oggi a San Bovio. È tutto quello che potrebbe continuare ad accadere domani, quando l’attenzione pubblica si sarà spostata altrove.
E qui arriviamo a un’altra questione fondamentale: il PGT.
Il PGT è un valore che deve essere condiviso da tutta la comunità. Non può essere la riproposizione di ciò che abbiamo subito nel 2011-2012, né può diventare uno strumento nelle mani di pochi. È fondamentale per tutti, perché riguarda il futuro del territorio e, di conseguenza, il futuro delle nostre vite.
Non è un caso che manchi da oltre dieci anni e che ancora oggi il suo percorso sia avvolto nel mistero. Anche questo dice molto sul modo in cui viene gestita la pianificazione a Peschiera Borromeo.
Un progetto può cambiare nome, un’amministrazione può cambiare colore politico, una maggioranza può essere sostituita da un’altra. Ma se non cambia il metodo con cui vengono prese le decisioni, continueremo ad avere sempre lo stesso risultato: il territorio viene trasformato, i cittadini ne subiscono le conseguenze e soltanto quando ormai è difficile intervenire si apre una discussione pubblica.
È per questo che non mi accontento delle dichiarazioni di circostanza e delle improvvise disponibilità al dialogo. Non voglio qualche riunione in più per placare la protesta. Non voglio che, una volta spenti i riflettori sul data center, tutto torni esattamente come prima.
Voglio che questa vicenda diventi l’occasione per cambiare davvero.
Voglio una pianificazione trasparente, partecipata, nella quale i cittadini possano conoscere le scelte prima che vengano prese, discuterle e contribuire concretamente a determinarle. E voglio che questo valga per ogni trasformazione del territorio, non soltanto per quella che oggi ci fa indignare.
Perché se ci indigniamo per il data center, ma continuiamo ad accettare tutto il resto, non abbiamo cambiato nulla. Abbiamo soltanto protestato contro l’ultimo effetto di un sistema che continua a funzionare esattamente come prima.
È anche per questo che forse chiedere le dimissioni immediate dell’attuale giunta è un gesto di lealtà verso tutti? Come continuare a fidarci di chi non risponde e non ha fatto nulla sulla imposizione di un data center?
Non per assistere a un semplice cambio di amministratori, né per sostituire un gruppo politico con un altro che utilizzi gli stessi metodi. Le chiedo perché è necessario assumersi la responsabilità di quanto sta accadendo e perché Peschiera Borromeo ha bisogno di una discontinuità vera.
Non possiamo continuare a lasciare che il futuro del nostro territorio, della natura e della nostra stessa qualità della vita venga deciso da pochi.
La terra non è una superficie da consumare. La natura non è un ostacolo allo sviluppo. Il territorio non è una proprietà della politica.
È il mondo in cui viviamo. E non abbiamo il diritto di trattarlo come se non ci riguardasse.
Edoardo Musci
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Redazione