«Cortocircuito sinistro»: Najmeh Amini, 23enne iraniana, condannata a morte per un post; nelle nostre piazze si inneggia ad Hamas e Hezbollah

Najmeh Amini, la 23enne iraniana condannata a morte
Najmeh Amini, la 23enne iraniana condannata a morte Il caso di Najmeh Amini riaccende l'attenzione sulla repressione del dissenso in Iran e sul paradosso dei simboli degli ayatollah, di Hamas e Hezbollah esibiti in alcune piazze occidentali.

Mentre i giovani iraniani pagano con il carcere e la vita la richiesta di libertà, in Occidente certa sinistra, i centri sociali e il movimento pro-Pal scelgono di sventolare i simboli di Hamas, Hezbollah e dei regimi che quella stessa libertà reprimono

Najmeh Amini, 23 anni e una condanna a morte

Ha 23 anni, studia e si chiama Najmeh Amini. Un tribunale iraniano l'ha condannata a morte. Secondo le organizzazioni per i diritti umani che hanno denunciato il caso, la sua colpa sarebbe un contenuto pubblicato sui social considerato blasfemo, configurato come «sab ol-nabi», insulto al profeta. La sentenza capitale, pronunciata a settembre, non sarebbe ancora definitiva e può essere impugnata davanti alla Corte Suprema iraniana. In un procedimento separato la giovane è stata inoltre condannata a oltre 12 anni di carcere per accuse comprendenti propaganda contro il regime e attività contro la sicurezza nazionale.

Najmeh era stata arrestata nel periodo della repressione delle proteste antigovernative del 2026. Dal carcere ha fatto arrivare un appello nel quale chiede che la sua voce non venga dimenticata. Ha 23 anni, dei sogni, una famiglia e davanti a sé dovrebbe avere una vita. Invece deve difendersi da una condanna capitale.

Najmeh è un esempio, non l'unico

La sua storia colpisce perché ha un nome, un'età e un volto. Ma Najmeh non rappresenta un'eccezione.

Amnesty International denuncia che almeno 34 persone sono state messe a morte in relazione alle proteste del gennaio 2026 e che almeno altre 20 condanne capitali sono state confermate dalla Corte Suprema. L'organizzazione parla di processi gravemente iniqui, denunce di torture e confessioni forzate.

Tra il 30 settembre e il 5 ottobre sono stati giustiziati Ali Hemmati Sistanian, Alireza Raisi, Alireza Sepahi, Majid Nikandish e Siavash Jamshidi Kheirabadi. Secondo Amnesty, l'impiego della pena capitale contro persone coinvolte nelle proteste ha anche l'effetto di terrorizzare chi potrebbe decidere di contestare nuovamente il potere.

Prima di Najmeh c'era stata Mahsa Amini

Il caso che ha fatto conoscere al mondo la condizione delle giovani iraniane è quello di Jina Mahsa Amini, la ventiduenne curda morta nel settembre 2022 dopo essere stata arrestata dalla polizia morale per la presunta violazione delle norme sull'hijab.

La sua morte diede origine al movimento «Donna, vita, libertà». Le proteste furono represse duramente e portarono a centinaia di morti, migliaia di arresti e successive condanne a morte.

Ma la storia viene da ancora più lontano. Le esecuzioni di massa dei prigionieri politici del 1988, le proteste studentesche del 1999, il Movimento Verde del 2009, le manifestazioni del 2019 e la rivolta del 2022 raccontano generazioni diverse di iraniani che hanno sfidato il potere pagando prezzi altissimi.

Il «cortocircuito sinistro» delle piazze occidentali

Poi ci sono le nostre piazze. Ed è qui che il paradosso diventa, a mio giudizio, politicamente e culturalmente intollerabile.

Il 16 maggio 2026, durante un corteo nazionale pro Palestina a Milano, sono state documentate bandiere della Repubblica islamica iraniana e di Hezbollah. Alla manifestazione partecipavano, tra gli altri, organizzazioni e realtà della sinistra radicale, sindacati e movimenti pro-Palestina.

Il 9 settembre, davanti a Montecitorio, durante una manifestazione contro il disegno di legge sull'antisemitismo, sono comparse bandiere di Hamas e Hezbollah ed è stato documentato anche un coro a sostegno dei miliziani di Hamas. In quella stessa occasione esponenti del movimento degli studenti palestinesi hanno preso le distanze da quelle bandiere: un elemento che è corretto ricordare perché non tutti coloro che scendono in piazza per Gaza sostengono Hamas o Hezbollah.

A Milano una donna che aveva partecipato a un corteo avvolta nella bandiera di Hezbollah è stata inoltre indagata dalla Procura per istigazione a delinquere finalizzata al terrorismo internazionale. Secondo ANSA, gli investigatori l'hanno descritta anche come sostenitrice dell'attuale dirigenza iraniana.

Essere contro l'Occidente non rende democratico chiunque lo combatta

La solidarietà con i civili palestinesi è una cosa. Criticare Netanyahu, Israele o gli Stati Uniti è perfettamente legittimo. Sventolare le bandiere di Hamas, Hezbollah o della Repubblica islamica iraniana è un'altra cosa.

Ed è proprio qui che, a mio giudizio, certa sinistra radicale, una parte dei centri sociali e una componente del mondo pro-Pal mostrano una contraddizione enorme: l'antioccidentalismo diventa talmente dominante da trasformare in «resistenza» quasi chiunque sia nemico dell'Occidente.

Non importa più quali libertà garantisca. Non importa come tratti le donne, gli oppositori, i dissidenti o chi contesta il potere. Basta stare dall'altra parte della barricata.

È un ragionamento che considero politicamente miope e moralmente indifendibile.

Perché mentre in Iran una ragazza di 23 anni viene condannata a morte per ciò che avrebbe pubblicato sui social, in una democrazia occidentale un suo coetaneo può scendere tranquillamente in piazza con la bandiera degli ayatollah che quella ragazza hanno condannato.

La libertà disprezzata da chi non ha dovuto conquistarla

Questo è il punto più amaro.

In Italia un ragazzo può manifestare contro Meloni, Trump, Netanyahu, la Nato, gli Stati Uniti o l'Unione europea. Può contestare duramente il sistema politico nel quale vive. Può scrivere sui social contro il governo. E può farlo proprio perché vive in una democrazia.

Najmeh Amini questa libertà non ce l'ha.

E allora vedere giovani occidentali sventolare i simboli di regimi e organizzazioni che quella libertà la negano significa assistere a un capovolgimento difficile da comprendere: chi possiede la libertà inneggia a chi la reprime, mentre chi vive sotto quella repressione rischia la vita per conquistarla.

Prima di portare una bandiera in piazza basterebbe porsi una domanda molto semplice: che cosa mi accadrebbe se vivessi sotto quel regime e scendessi in strada contro chi lo governa?

Najmeh Amini, a soli 23 anni, conosce già la risposta.
Giulio Carnevale