Orbán spazzato via dal suo delfino Magyar, l'Ungheria resta un Paese di destra, che guarda più all'Europa e meno a Putin

Péter Magyar, delfino di Victor Orban ha vinto le elezioni: 138 seggi su 199
Péter Magyar, delfino di Victor Orban ha vinto le elezioni: 138 seggi su 199

La sinistra ungherese non esiste più come forza parlamentare: alle urne ha preso briciole. La sfida era tutta tra conservatori, e ha vinto il più europeista

Il cambio epocale è avvenuto. Dopo sedici anni, Viktor Orbán ha perso le elezioni e il suo rivale Péter Magyar ha conquistato una vittoria storica con il partito Tisza. Budapest cambia governo, cambia faccia, cambia rotta verso Bruxelles. Eppure, a guardare i numeri con attenzione, una cosa non cambia per niente: l'Ungheria è un Paese profondamente di destra, e probabilmente lo resterà ancora a lungo.

Una valanga di voti, ma tutta in casa conservatrice

I dati dello spoglio — con il 97,74% delle schede scrutinate — raccontano una storia molto precisa. Tisza di Magyar si aggiudica 138 seggi su 199, conquistando la supermaggioranza dei due terzi che permette persino di modificare la Costituzione. Fidesz di Orbán si ferma a 55 seggi. L'ultradestra di Mi Hazánk — Movimento Nostra Patria — entra in parlamento con 6 seggi. In termini percentuali, Magyar ha preso il 53,6% dei voti, Orbán il 37,7%, l'ultradestra il 5,9%.

Tre partiti in parlamento, nessuno di sinistra. Nessuno di centro sinistra. Nessuno che si avvicini anche solo lontanamente a quell'area politica.

La sinistra? Sotto il 5%, fuori dal parlamento

La Coalizione Democratica — il principale partito di orientamento progressista ungherese, il Dk — non ha superato la soglia di sbarramento del 5% e non ha eletto un solo deputato. Stesso destino per il Partito del Cane a due code, formazione anticonvenzionale e satirica che pure aveva una sua base tra i giovani urbani. Fuori anche loro.

I numeri della vigilia erano già impietosi: i sondaggi dell'istituto Centro 21 assegnavano alla Coalizione Democratica appena il 2,4% delle intenzioni di voto. Una cifra che racconta meglio di qualsiasi analisi lo stato di salute della sinistra ungherese: praticamente inesistente come forza elettorale autonoma, incapace di intercettare anche solo una fetta significativa di un elettorato che al voto si è presentato in massa — il 77,8% degli aventi diritto, un record assoluto nella storia del Paese.

Eppure, con quasi 8 milioni di cittadini chiamati alle urne e un'affluenza da primato, nessuno ha sentito il bisogno di votare a sinistra. O quasi.

Il sacrificio strategico: «Votiamo Magyar per battere Orbán»

La sinistra ha fatto anche una scelta consapevole e dolorosa: sparire, almeno per questa tornata. Diversi partiti — il Partito Socialista Ungherese, Párbeszéd, Momentum, LMP e altri movimenti minori — hanno rinunciato a presentarsi, o lo hanno fatto in modo minimale, per non togliere voti a Magyar e favorire la sconfitta di Orbán. Un'operazione di campo largo, ungherese, che ha funzionato benissimo per l'obiettivo primario — cacciare Orbán — ma che ha lasciato la sinistra senza rappresentanza parlamentare.

È una scelta che si capisce, ma che ha un costo politico alto: chi non esiste in parlamento non esiste nella conversazione pubblica, non incide sulle leggi, non costruisce classe dirigente. La sinistra ungherese ha scommesso tutto su Magyar, e ora dovrà sperare che il nuovo premier tenga fede agli impegni su stato di diritto e democrazia.

Magyar: conservatore filoeuropeo, non progressista

Vale la pena chiarirlo, perché la narrazione internazionale rischia di confondere le acque. Magyar e Tisza non sono di sinistra. Sono un partito conservatore filoeuropeo, nato in larga parte da fuoriusciti dello stesso Fidesz. Magyar ha 45 anni, viene dall'establishment di Orbán — ha lavorato al ministero degli Esteri e all'ufficio del premier a Bruxelles — e ha costruito la sua opposizione su due temi concreti: la corruzione del sistema Orbán e il ritorno dell'Ungheria nel cuore dell'Unione europea.

In campagna elettorale ha parlato di anticorruzione, di sbloccare i fondi Ue congelati da Bruxelles per le violazioni dello stato di diritto, di rafforzare la posizione dell'Ungheria nella Nato. Non ha proposto politiche sociali di stampo progressista, non ha agitato temi tipicamente di sinistra. È un conservatore che vuole l'Europa, non un socialdemocratico che vuole riformare il sistema economico.

L'Ungheria vota a destra: era così, lo è ancora

Il risultato di domenica 12 aprile 2026 segna una svolta enorme per la politica ungherese e per i rapporti di Budapest con l'Unione europea. Orbán, che era diventato il simbolo della «democrazia illiberale» nel continente e uno dei leader più filorussi dell'Ue, è stato sconfitto per la prima volta in sedici anni. Lo ha ammesso lui stesso, definendo il risultato «doloroso ma chiaro», e promettendo che Fidesz «servirà il Paese dall'opposizione».

Ma l'Ungheria che esce dalle urne è ancora, profondamente, un Paese di destra. Il 97% dei voti è andato a formazioni conservatrici, nazionaliste o di destra radicale. La sinistra raccoglie briciole, non entra in parlamento, e deve accontentarsi di sperare che il nuovo governo lavori almeno su alcuni dei temi che le stanno a cuore — stato di diritto, libertà di stampa, indipendenza della magistratura.

Magyar ha vinto. L'Europa festeggia. Ma chi sperava in un'Ungheria più a sinistra dovrà aspettare ancora — e probabilmente aspettare a lungo.

Giorgio Tondi