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Peschiera Borromeo ricorda Vergarolla: a San Bovio fiori per le vittime della strage di 80 anni fa

Un momento della deposizione degli omaggi floreali per commemorare le vittime della strage di Vergarolla
Un momento della deposizione degli omaggi floreali per commemorare le vittime della strage di Vergarolla

Questa mattina, 18 agosto, una delegazione di cittadini ha reso omaggio alle vittime al Parco Martiri e Vittime delle Foibe di San Bovio. Ottant’anni fa, sulla spiaggia di Pola, l’esplosione degli ordigni provocò una carneficina che contribuì a spezzare le ultime speranze della comunità italiana dell’Istria.

La foto dell'esplosione in un noto documento dell'epoca
La foto dell'esplosione in un noto documento dell'epoca

PESCHIERA BORROMEO, 18 agosto 2026 – Un mazzo di fiori e una piantina deposti per non dimenticare una delle pagine più dolorose e ancora poco conosciute della storia italiana del Novecento. Questa mattina, al Parco Martiri e Vittime delle Foibe di via Veneto, nel quartiere di San Bovio a Peschiera Borromeo, una delegazione di cittadini peschieresi ha commemorato l’ottantesimo anniversario della strage di Vergarolla, avvenuta a Pola il 18 agosto 1946.

Alla commemorazione hanno partecipato la consigliera comunale Stefania Accosa, capogruppo di Fratelli d’Italia, Cinzia Viola, componente del direttivo di Forza Italia Peschiera Borromeo, Alberto Case, del direttivo di Fratelli d’Italia Peschiera Borromeo, e il vicedirettore di 7giorni Giulio Carnevale.

Un gesto semplice, senza cerimonie solenni, compiuto proprio nel giorno dell’anniversario per ricordare le vittime di una tragedia che, a ottant’anni di distanza, continua a essere molto meno conosciuta di altre stragi che hanno segnato la storia dell’Italia repubblicana.

La prima pagina de L'Arena di Pola all'indomani della strage
La prima pagina de L'Arena di Pola all'indomani della strage

Il 18 agosto 1946 la festa sulla spiaggia si trasformò in una carneficina

Per comprendere il significato dell'omaggio di San Bovio bisogna tornare a quella domenica di ottant'anni fa. Pola si trovava allora nella Zona A della Venezia Giulia, amministrata dagli Alleati e circondata dalla Zona B sotto occupazione militare jugoslava.

Come ricostruito dallo storico Paolo Radivo nella relazione 18 agosto 1946. Il mare diventa rosso, presentata al seminario MIUR del 3 dicembre 2020, sulla spiaggia di Vergarolla la Società nautica Pietas Julia aveva organizzato una giornata di gare per celebrare il sessantesimo anniversario della propria fondazione. La partecipazione era stata notevole: sulla spiaggia e nella pineta c'erano famiglie, bambini, bagnanti, sportivi e profughi italiani provenienti dalla Zona B.

Durante la pausa pranzo molti stavano mangiando nella pineta, altri prendevano il sole, passeggiavano, nuotavano o remavano. Tra la spiaggia e la pineta si trovavano però numerosi ordigni bellici, lasciati incustoditi dal maggio 1945 e privi persino di una recinzione che impedisse alle persone di avvicinarsi.

Alle 14.15 avvenne l'esplosione.

Teste di siluro, cariche di TNT e altri ordigni esplosero insieme. Una gigantesca colonna di fuoco e fumo si levò dalla spiaggia, la pineta prese fuoco e l'onda d'urto provocò danni anche a grande distanza. Chi si trovava vicino alle bombe non ebbe scampo.

Centodieci vittime, tra loro tantissimi giovani e bambini

I morti identificati e sepolti furono 64, ma il numero reale delle vittime fu molto più alto. Il medico Chiaruttini stimò circa cento morti, mentre il chirurgo Geppino Micheletti indicò una cifra compresa tra 110 e 116 vittime. Molti dei corpi non poterono essere identificati e tra i dispersi vi sarebbero stati numerosi profughi provenienti dalla Zona B, ospitati a Pola ma non registrati all'anagrafe. Tra i 64 morti identificati, 22 avevano meno di 21 anni e 34 erano donne.

Numeri che restituiscono soltanto in parte la dimensione di una tragedia che colpì soprattutto famiglie riunite per trascorrere una giornata estiva di sport e di festa.

L'inchiesta stabilì che non fu un incidente

Un elemento fondamentale della vicenda riguarda la natura dell'esplosione. Gli ordigni erano stati precedentemente controllati dagli artificieri e risultavano privi dei detonatori. Il 10 settembre 1946 vennero rese note le conclusioni della Corte militare d'inchiesta anglo-americana: l'esplosione «non poté essere accidentale ma fu provocata deliberatamente da una o più persone rimaste sconosciute».

Le testimonianze raccolte dopo l'eccidio parlarono di fili, micce, possibili sistemi di innesco e movimenti sospetti nelle ore precedenti. Nella cava di Vergarolla furono inoltre trovate tracce di apparati per l'innesco a distanza di detonatori analoghi a quelli utilizzati nelle miniere dell'Arsa, allora sotto controllo jugoslavo.

Radivo inserisce l'eccidio nel durissimo scontro politico, nazionale e ideologico che attraversava la Venezia Giulia e ricostruisce numerosi elementi e testimonianze che conducono verso gli ambienti titoisti e l'OZNA, la polizia segreta jugoslava. Nella sua relazione lo storico definisce gli esecutori «comunisti fanatici, esperti di esplosivi e senza scrupoli di coscienza», pur ricordando che non si arrivò mai all'identificazione giudiziaria definitiva dei responsabili.


Il dott. Geppino Micheletti
Il dott. Geppino Micheletti

Geppino Micheletti, il medico che continuò a operare dopo aver perso i figli

Dentro la tragedia di Vergarolla emerge una delle più straordinarie storie di dedizione della medicina italiana. Il chirurgo Geppino Micheletti, mentre all'ospedale arrivavano decine di feriti, seppe che nell'esplosione erano morti i suoi due bambini, il fratello e la cognata.

Non abbandonò però l'ospedale. Continuò a operare e a soccorrere i feriti, salvando diverse vite mentre la sua stessa famiglia era stata devastata dalla strage. La relazione di Paolo Radivo ricorda espressamente che Micheletti continuò il proprio lavoro nonostante avesse perduto nella carneficina i due figli, il fratello e la cognata.

Nel 2025 la figura del medico ha finalmente ricevuto un importante riconoscimento istituzionale: il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha conferito alla sua memoria la medaglia d'oro al merito della Sanità pubblica.

Una strage che cambiò anche il destino di Pola

Vergarolla non rappresentò soltanto un'immensa tragedia umana. Ebbe conseguenze profonde sulla comunità italiana di Pola.

In quei mesi il destino dell'Istria era ancora al centro della trattativa internazionale. La strage, secondo la ricostruzione di Radivo, tramortì soprattutto la popolazione filo-italiana pacifica: contribuì a spegnere le residue speranze di poter continuare a vivere nella propria città e convinse anche molti degli indecisi che l'esodo fosse ormai inevitabile.

Pochi mesi dopo migliaia di polesani avrebbero lasciato case, attività, proprietà, tombe dei propri familiari e una terra nella quale le loro famiglie vivevano da generazioni.


In primo piano Giulio Carnevale vicedirettore di 7giorni , con Stefania Accosa, Cinzia Viola e Alberto Case
In primo piano Giulio Carnevale vicedirettore di 7giorni , con Stefania Accosa, Cinzia Viola e Alberto Case

Ottant’anni dopo, un mazzo di fiori a San Bovio e il silenzio delle istituzioni

La commemorazione spontanea dei cittadini riporta al centro una domanda che resta senza risposta: perché la più sanguinosa strage dell’Italia repubblicana continua a non ricevere dalle istituzioni una memoria pubblica adeguata? A Peschiera Borromeo, anche nell’ottantesimo anniversario, nessuna cerimonia ufficiale.

È dentro questa memoria, e soprattutto dentro i troppi silenzi che ancora la circondano, che assume un significato ancora più forte il gesto compiuto questa mattina a Peschiera Borromeo. Nessuna autorità schierata, nessuna cerimonia istituzionale, nessun momento ufficiale organizzato dal Comune. Soltanto alcuni cittadini che hanno deciso autonomamente di ritrovarsi al Parco Martiri e Vittime delle Foibe di San Bovio per deporre un mazzo di fiori e una piantina nel giorno esatto in cui, ottant’anni fa, una giornata di festa sulla spiaggia di Pola si trasformò in una carneficina.

Un’assenza che pesa ancora di più proprio nel 2026, nell’ottantesimo anniversario della strage di Vergarolla. Una ricorrenza così importante avrebbe potuto rappresentare l’occasione per restituire finalmente alla tragedia il posto che merita nella memoria pubblica. Invece, ancora una volta, sono stati alcuni cittadini a farsi carico del ricordo.

Il problema, del resto, supera i confini di Peschiera Borromeo. Vergarolla continua a non essere commemorata dallo Stato con la solennità che dovrebbe accompagnare una tragedia di queste dimensioni. Una strage avvenuta il 18 agosto 1946, quando l’Italia era già diventata una Repubblica, e che provocò un numero di vittime stimato da Geppino Micheletti tra 110 e 116. Eppure, ottant’anni dopo, questa pagina della nostra storia continua a rimanere ai margini delle grandi celebrazioni nazionali.

Per questo appare ancora più incomprensibile che anche il Comune di Peschiera Borromeo, pur disponendo di un luogo espressamente dedicato ai Martiri e alle Vittime delle Foibe, non abbia organizzato neppure quest’anno una cerimonia istituzionale per ricordare Vergarolla. Non sarebbe servito un grande evento: sarebbero bastati una corona, qualche minuto di raccoglimento e la presenza delle istituzioni per trasmettere soprattutto ai più giovani il significato di ciò che accadde a Pola.

E c’è un particolare che rende la situazione ancora più paradossale. A tre anni dalle decisioni assunte dal Consiglio comunale, la targa del Parco Martiri e Vittime delle Foibe non è ancora stata aggiornata come stabilito dall’assemblea cittadina. Tre anni per modificare una targa in un luogo dedicato proprio alla memoria. Un ritardo difficile da giustificare e che, davanti a un tema tanto delicato, assume ormai i contorni di una vergogna istituzionale.

Il mazzo di fiori deposto questa mattina assume così un significato che va oltre la semplice commemorazione. È il gesto di cittadini che hanno deciso di colmare, almeno simbolicamente, un vuoto lasciato dalle istituzioni.

Perché ottant’anni sono un tempo lunghissimo, ma non abbastanza lungo per dimenticare 110 vite spezzate in pochi secondi sulla spiaggia di Vergarolla. E ricordarle non dovrebbe essere soltanto un’iniziativa affidata alla buona volontà dei cittadini: dovrebbe essere un dovere delle istituzioni della Repubblica.


Trieste: Monumento del 2011 alle vittime di Vergarolla posto accanto alla Cattedrale di San Giusto
Trieste: Monumento del 2011 alle vittime di Vergarolla posto accanto alla Cattedrale di San Giusto

Le parole di Piero Tarticchio: «Perché l’Italia non commemora le vittime di Vergarolla?»

A rendere ancora più pesante il silenzio istituzionale che per decenni ha accompagnato Vergarolla sono le parole di Piero Tarticchio, scrittore, artista ed esule istriano, nato a Gallesano nei pressi di Pola. Una voce particolarmente significativa perché Tarticchio ha vissuto sulla propria pelle la tragedia del confine orientale: da bambino perse sette familiari nelle violenze dei titini e ha dedicato gran parte della propria vita a tramandare la memoria delle foibe, dell’esodo e della comunità italiana dell’Istria.

Negli anni scorsi nel ricordare Vergarolla, Tarticchio ha descriveva quella domenica del 18 agosto 1946 come il momento nel quale un giorno di festa si trasformò in un massacro. Nel suo racconto parla di 110 morti, soprattutto bambini, dell’esplosione degli ordigni che erano stati precedentemente privati dei detonatori e di un mare diventato rosso dopo la deflagrazione. Una scena rimasta impressa nella memoria degli istriani e che lo stesso Tarticchio ha raccontato anche nei suoi libri.

Ma soprattutto Tarticchio ha sempre indicato il significato che quella strage assunse per gli italiani di Pola. Il messaggio percepito dalla popolazione fu terribile e inequivocabile: «Italiani dovete andarvene!». Vergarolla contribuì infatti a spezzare definitivamente le speranze di una comunità che ancora confidava nella possibilità di rimanere italiana e di continuare a vivere nella propria terra.

Tarticchio ha utilizzato parole durissime anche per descrivere il lungo oblio nel quale la tragedia è stata confinata, definendola una strage «dimenticata o ancor peggio taciuta dallo Stato Italiano». Una denuncia che conserva tutta la propria forza ancora oggi, nell’ottantesimo anniversario.

Anni fa rivolse direttamente al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella una domanda tanto semplice quanto difficile da ignorare: «Perché l’Italia non commemora le vittime di Vergarolla?».

Ottant’anni dopo quella domanda rimane di straordinaria attualità. Vergarolla non è soltanto una vicenda degli esuli istriani: appartiene alla storia nazionale. È una delle più sanguinose stragi avvenute dopo la nascita della Repubblica, colpì prevalentemente civili e bambini e contribuì drammaticamente all’esodo della popolazione italiana da Pola.

Eppure il ricordo continua troppo spesso a essere affidato agli esuli, alle loro associazioni, agli studiosi e a quei cittadini che scelgono autonomamente di non dimenticare. È proprio ciò che è accaduto questa mattina anche a San Bovio.