La vera storia di Gian Paolo Osio e della Monaca di Monza
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- 17 agosto 2026
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Un amore proibito, un convento e cinque morti: i fatti, realmente accaduti, a cui Manzoni si ispirò per le vicende di Gertrude ed Egidio ne “I Promessi Sposi”
Nell'autunno del 1597, nel cortile del monastero di Santa Margherita a Monza, un giovane nobile arrampicato su un albero della casa confinante lanciava frutti a una educanda, Isabella degli Ortensii, per farsi notare da lei. Si chiamava Gian Paolo Osio, ed era bruno, alto, snello, dotato — secondo la descrizione che ne lasciò lo storico Giuseppe Ripamonti — di un fascino quasi innaturale. Ad accorgersi della scena fu suor Virginia Maria, al secolo Marianna de Leyva, ventiduenne, feudataria di Monza per delega paterna, monaca dall'età di sedici anni e responsabile della sorveglianza delle educande. Non fu, la sua, una reazione di disapprovazione: secondo quanto emerge dagli stessi atti processuali, fu lei stessa, di lì a poco, a iniziare a corteggiare il giovane vicino di casa, affacciandosi a una finestra della cella di una consorella che dava sul giardino degli Osio.
Aveva venticinque anni, e in quel momento non era affatto un libero cittadino in cerca di svago: era un fuggitivo. Poche settimane prima aveva ucciso con un colpo d'archibugio Giuseppe Molteno, funzionario al servizio della famiglia de Leyva, per un movente che nemmeno gli atti processuali riusciranno mai a chiarire del tutto. Si nascondeva da latitante proprio in quel giardino confinante col monastero, e la propria condizione di ricercato non gli impedì affatto di rivolgere le attenzioni prima a Isabella, poi alla monaca che lo osservava dalla finestra. Da quell'inizio, nel giro di un decennio, sarebbero scaturiti almeno cinque omicidi accertati, un tentativo di omicidio, una condanna a morte in contumacia, la reclusione a vita di una religiosa e la fine violenta dello stesso Osio, ucciso nei sotterranei di un palazzo milanese da chi gli aveva promesso protezione. Alessandro Manzoni ne avrebbe fatto, due secoli più tardi, la storia della Monaca di Monza. Ma prima di diventare letteratura, fu un fascicolo processuale conservato negli archivi di Milano e di Monza, intestato senza ambiguità: "Processo per la violazione della clausura, la deflorazione e l'omicidio di una monaca nel monastero di S. Margherita in Monza, commessi da Gio. Paolo Osio".
Il primo sangue
L'omicidio di Molteno non restò senza conseguenze. Osio venne condannato in contumacia, e fu il primo dei molti paradossi di questa storia a rimetterlo in libertà: la stessa priora del monastero, secondo gli atti, pregò — e infine comandò sotto pena di obbedienza — che Marianna intercedesse presso l'auditore affinché la condanna venisse sospesa e concessa la "remissione" del delitto. Marianna scrisse la lettera richiesta. Osio, informato dell'esito, la ringraziò di persona dal giardino: le promise — sono parole riportate negli atti — che le sarebbe stato devoto almeno quanto lo era stato, da vivo, l'uomo che lui stesso aveva ucciso, e che desiderava scriverle. Fu l'inizio, non la fine, del suo interesse per lei.
Una relazione nel chiostro
La relazione tra Gian Paolo Osio e suor Virginia Maria durò, secondo la ricostruzione più accreditata, dal 1598 al 1608. Non fu un'infatuazione clandestina condotta nell'ombra: divenne, nel giro di pochi anni, un fatto di dominio pubblico gestito con la complicità organizzata di alcune persone vicine a Marianna. Due monache in particolare, Ottavia Ricci e Benedetta Homati, si resero disponibili come tramite delle lettere e, secondo alcune fonti, come compagne occasionali dello stesso Osio; un sacerdote, don Paolo Arrigone, curato della parrocchia monzese di San Maurizio, offrì anch'egli la propria copertura. Osio arrivò a commissionare a un fabbro locale, tale Cesare Ferrari, decine di duplicati delle chiavi del monastero, in modo da potervi entrare e uscire a piacimento durante le ore notturne.
Nel 1602 Marianna rimase incinta e diede alla luce, assistita dalle sue confidenti, un bambino nato morto. L'episodio la gettò in una crisi profonda, oscillante tra il rimorso religioso e un attaccamento all'amante che le fonti processuali descrivono come una vera e propria soggezione psicologica. Nel 1604 nacque una seconda figlia, Alma Francesca, che sopravvisse: Osio la riconobbe come propria e la affidò alle cure di sua madre, pur continuando a farla vedere, di tanto in tanto, alla vera genitrice reclusa in convento.
La conversa che sapeva troppo
Fu una conversa del monastero, addetta ai lavori più umili e priva di qualsiasi protezione sociale, a innescare la parte più sanguinosa della vicenda. Il suo nome, secondo gli atti processuali, era Caterina Cassina, detta "da Meda". Maltrattata — secondo alcune ricostruzioni — dall'atteggiamento altezzoso di suor Virginia, o semplicemente in possesso di informazioni troppo pericolose sulla relazione tra la monaca e l'Osio, Caterina minacciò di rivelare tutto in occasione di una visita imminente di un alto prelato al monastero.
La minaccia le fu fatale. Le fonti concordano sulla dinamica essenziale, pur con qualche variazione nei dettagli: Caterina fu attirata o rinchiusa in un ambiente isolato del convento, dove Osio, fatto entrare di notte, la colpì a più riprese fino a ucciderla. Ottavia e Benedetta, secondo l'impianto accusatorio che sarebbe emerso nel processo, non furono estranee all'episodio: gli atti le descrivono come "compartecipi e cooperatrici", tanto nella tresca quanto — a vario titolo — nell'omicidio della conversa, avendo peraltro contribuito a introdurre Osio in convento attraverso le chiavi false procurate dal fabbro. Il corpo di Caterina venne occultato con cura: la trascrizione ottocentesca degli atti processuali, che per prima li rese pubblici integralmente, registra il ritrovamento del suo teschio nella cisterna di Velate — luogo che sarebbe tornato tristemente utile a Osio anche in seguito. Fu il primo di una catena di omicidi che gli storici attribuiscono a Osio nel tentativo di proteggere, a ogni costo, il segreto della relazione: il fabbro Cesare Ferrari, divenuto un testimone scomodo in quanto autore materiale delle chiavi duplicate, fu eliminato a sua volta.
L'ombra del cardinale
Il sospetto, alla fine, raggiunse anche l'arcivescovado. Federico Borromeo, succeduto allo zio Carlo sulla cattedra ambrosiana, si presentò al monastero di Santa Margherita per una visita apparentemente di routine, in realtà sollecitata da una serie di anomalie giunte alle sue orecchie. Prima del suo arrivo, sia Osio sia la stessa suor Virginia — questa volta assieme alle monache complici — avevano scritto lettere di discolpa preventiva, indirizzate rispettivamente all'arcivescovo e al conte di Fuentes, governatore spagnolo di Milano, per negare qualsiasi legame tra i due. Fu un errore tattico: come nota chi ha ricostruito la vicenda citando le stesse parole con cui Ripamonti descrisse l'incontro, il cardinale sondò con calma l'animo della monaca, "più per ottenere la confessione di una colpa — qualora ce ne fosse alcuna — che per biasimarla e accusarla". Ne uscì con un sospetto più fondato di quello con cui era entrato, ma senza una prova che gli permettesse di agire immediatamente.
La notte del Lambro
Restava, per Osio, un problema irrisolto. Ottavia Ricci e Benedetta Homati — le due monache che per un decennio avevano gestito la corrispondenza segreta con suor Virginia, favorito i suoi incontri notturni e assistito, secondo l'accusa, all'uccisione della conversa Caterina — sapevano ormai troppo. Con l'inchiesta avviata e gli interrogatori imminenti, la loro testimonianza avrebbe potuto affondare definitivamente sia lui sia la donna che amava. Osio scelse di non correre il rischio.
La sera del 29 novembre 1607, poco dopo l'arresto di suor Virginia, convinse le due religiose a fuggire con lui dal monastero, praticando un varco nel muro dell'orto. Non fu un gesto di lealtà verso due complici in pericolo, come le due donne credettero: fu, secondo quanto emerso dagli stessi atti processuali, un tentativo calcolato di farle sparire prima che potessero parlare. Una volta fuori dalle mura, Osio si rivolse contro entrambe. Suor Ottavia fu colpita ripetutamente alla testa con il calcio di un archibugio e gettata nel fiume Lambro; recuperata ancora viva e trasportata al monastero di Sant'Orsola, vi morì il 26 dicembre per le ferite riportate, come attesta negli stessi atti la dichiarazione firmata dal notaio che ne riconobbe il cadavere insieme al chirurgo che l'aveva medicata. Suor Benedetta fu gettata in un pozzo profondo, dove rimase per due giorni con un femore e due costole fratturati prima di essere tratta in salvo.
Il processo e la condanna
Suor Virginia venne sottoposta a un lungo interrogatorio, avviato il 22 dicembre 1607, nel corso del quale confessò la relazione con Osio e attribuì a lui, e al complice don Arrigone, la responsabilità degli omicidi commessi per proteggere il segreto. Il 2 gennaio 1608 Osio fu citato in giudizio, in contumacia, davanti alla magistratura civile per rispondere di più capi d'imputazione: l'omicidio della conversa Caterina Cassina da Meda; il tentato omicidio di suor Ottavia Ricci e suor Benedetta Homati, aggravato dall'averle prima indotte a violare la clausura; e il tentativo di sviare le indagini sulla morte dello speziale Rainerio Roncino, occultando armi in casa del sacerdote don Arrigone per farne ricadere su di lui la responsabilità. Il processo si concluse il 25 febbraio 1608 con una condanna a morte per squartamento, corredata da una taglia considerevole per l'epoca — mille scudi per la sua cattura da vivo, cinquecento se consegnato morto — a testimonianza di quanto le autorità volessero chiudere la vicenda in fretta.
La fine di Osio
Braccato, con una taglia sulla testa e nessun convento disposto a offrirgli asilo, Osio restò latitante per circa due anni, rifugiandosi secondo alcune fonti nel territorio della Repubblica di Venezia, al riparo dalla giurisdizione spagnola che governava Milano. Fu proprio la necessità di uscire da quella condizione di fuggitivo perenne a spingerlo, tra la fine del 1609 e l'inizio del 1610, a cercare protezione presso un nobile milanese di cui si riteneva amico: le fonti indicano il personaggio con il nome di Ludovico Taverna o, in altre ricostruzioni, Cesare II Taverna, conte di Landriano — una discrepanza che le fonti disponibili non permettono di sciogliere con certezza, ma che concordano nel collocare all'interno della stessa influente famiglia senatoria milanese, proprietaria di quello che sarebbe diventato in seguito Palazzo Isimbardi.
Quel che resta
Della vicenda restano gli atti processuali, oggi conservati tra l'Archivio di Stato di Milano e l'Archivio Storico Comunale di Monza, e le pagine che Giuseppe Ripamonti — storico e cronista lombardo, testimone indiretto dei fatti — dedicò alla vicenda nella propria opera storiografica. Fu proprio da quelle pagine, due secoli più tardi, che Alessandro Manzoni trasse la materia per la storia di Gertrude ed Egidio ne "I promessi sposi", trasformando un fascicolo giudiziario in uno dei ritratti più noti della letteratura italiana. Va detto, però, che lo stesso Ripamonti non fu un testimone del tutto affidabile: quando nell'Ottocento gli atti processuali vennero trascritti e pubblicati integralmente per la prima volta, chi ne curò l'edizione poté verificare che il cronista secentesco aveva attribuito a Osio colpe — come la presunta corruzione carnale delle due monache complici — che gli atti stessi non confermano, e aveva ignorato del tutto altri episodi che gli atti registrano con precisione, dalla morte di Molteno al ritrovamento del teschio di Caterina nella cisterna di Velate. Il romanzo di Manzoni, filtrato a sua volta attraverso quelle pagine già imprecise, sfuma ulteriormente ciò che il processo registra con crudezza notarile: non una monaca sedotta e poi abbandonata alla propria colpa, bensì una catena di omicidi calcolati, commessi da un uomo che per un decennio riuscì a proteggere un segreto sfruttando il fatto che le due famiglie coinvolte — gli Osio e i de Leyva — appartenevano a un mondo abbastanza potente da poter comprare, quando necessario, anche il silenzio della giustizia.
Stefano Brigati - Redattore
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