Le cinque giornate di Milano: quando una città disarmata cacciò un esercito imperiale
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- 14 aprile 2026
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Una città senza esercito, divisa e impreparata, riuscì a mettere in crisi una delle macchine militari più solide d’Europa. Tra scelte politiche, errori strategici e una partecipazione popolare senza precedenti, il racconto di come Milano cambiò la storia
C'era un pianoforte su una barricata di via Monte Napoleone. Qualcuno lo aveva trascinato fuori da un palazzo, probabilmente da un appartamento borghese, e lo aveva usato insieme a carrozze, assi di legno, canne d'organo e materassi per bloccare la strada agli ussari austriaci. Non è un aneddoto inventato: le cronache dell'epoca traboccano di dettagli simili, e quella presenza del pianoforte — strumento della cultura, dell'eleganza, del salotto — in mezzo al fango e alla polvere da sparo di una barricata dice più di qualsiasi analisi storica cosa siano state le Cinque Giornate di Milano. Tra il 18 e il 22 marzo 1848, una città di 200.000 abitanti — senz'esercito, quasi senz'armi, divisa al suo interno su quasi tutto — costrinse alla ritirata una guarnigione di oltre 15.000 soldati imperiali. Nessuna insurrezione urbana dell'Ottocento europeo ottenne un risultato simile. Questa è la storia di quei cinque giorni, dei loro protagonisti e di quel che rimase.
La città occupata: Milano sotto gli Asburgo
Per capire le Cinque Giornate bisogna capire che cosa significasse vivere a Milano nel 1847. La città era capitale del Regno Lombardo-Veneto, una creazione del Congresso di Vienna del 1815 che aveva ridisegnato la cartina europea dopo la sconfitta di Napoleone, affidando il nord Italia all'Impero austriaco. Milano non era una città coloniale nel senso moderno del termine: aveva le sue istituzioni, la sua nobiltà, i suoi tribunali. Ma era governata da Vienna, le sue risorse fiscali alimentavano le casse imperiali, e ogni sua velleità di autonomia si scontrava con l'apparato repressivo del più solido sistema poliziesco d'Europa.
Il maresciallo Josef Radetzky, comandante delle truppe austriache nel Lombardo-Veneto, era nell'estate del 1847 un uomo di ottantadue anni. Non era un vecchio rammollito: era uno dei generali più capaci e sperimentati dell'epoca, con una carriera militare iniziata prima della Rivoluzione francese. Ai suoi ordini c'erano circa 8.000 soldati stanziali a Milano, con la possibilità di richiamare rinforzi da tutta la regione. Sulla carta, un rapporto di forza schiacciante a favore degli occupanti.
Eppure la tensione sociale nella città era giunta a un punto di non ritorno. I segnali si erano moltiplicati nell'anno precedente. Nel settembre 1847, l'ingresso del nuovo arcivescovo Carlo Bartolomeo Romilli — italiano, in sostituzione dell'austriaco Karl von Gaisruck — era stato accolto da festeggiamenti spontanei così entusiasti da trasformarsi in una manifestazione politica: la polizia aveva caricato la folla in piazza Fontana, uccidendo un milanese e ferendone altri. Era diventato di moda indossare cappelli tronco-conici «alla calabrese» o «all'Ernani», rifacendosi al protagonista dell'opera di Verdi letta in chiave antiaustriaca. Persino la scelta di un cappello era diventata un atto politico.
Il 1848 si aprì con uno degli atti di resistenza passiva più originali della storia del Risorgimento: lo sciopero del fumo. Poiché il tabacco era monopolio statale austriaco, i milanesi smisero semplicemente di comprarlo e di fumarlo, colpendo le entrate fiscali dell'Impero con la loro astinenza. La risposta del comando austriaco fu brutale nella sua stupidità: i soldati ricevettero abbondanti razioni di acquavite e l'ordine di girare per la città fumando ostentatamente sigari, aggredendo i passanti che non fumavano e forzandoli a farlo. Al termine di tre giorni di questo regime, si contarono sei morti e oltre ottanta feriti tra i milanesi. Il rancore accumulato era ormai sufficiente ad alimentare una rivoluzione.
La primavera dei popoli arriva a Milano
Ciò che trasformò quel rancore latente in insurrezione aperta fu una serie di notizie che si abbatterono su Milano come una cascata nella settimana precedente il 18 marzo. Le rivoluzioni del 1848 — la «primavera dei popoli», come la chiamarono i contemporanei — scoppiarono quasi simultaneamente in tutta Europa: Palermo in gennaio, Parigi in febbraio, Vienna il 13 marzo. Da Vienna, in particolare, arrivò la notizia che aveva il sapore di un miracolo: il principe di Metternich, il grande architetto della Restaurazione, l'uomo simbolo dell'ordine conservatore europeo da trent'anni, aveva rassegnato le dimissioni sotto la pressione dell'insurrezione popolare e aveva lasciato la città.
Quella notizia giunse a Milano il venerdì 17 marzo. L'effetto fu istantaneo. Se persino Vienna era insorta, se persino Metternich era caduto, allora tutto era possibile. Nella notte tra il 17 e il 18 marzo, i circoli patriottici milanesi — che non formavano un fronte unitario, come si vedrà, ma una galassia di tendenze diverse — decisero di approfittare dell'occasione per organizzare il giorno successivo una grande manifestazione pacifica davanti al palazzo del governatore, in quella che oggi è piazza Mercanti. Le richieste erano precise e tutto sommato moderate: libertà di stampa, scioglimento della polizia politica, istituzione di una Guardia Civica posta sotto l'autorità del Comune, maggiore autonomia amministrativa per Milano e per la Lombardia. Non si chiedeva ancora l'indipendenza: si chiedeva spazio per respirare.
La mattina del 18 marzo pioveva a dirotto. Nonostante il tempo, una folla enorme — le cronache parlano di circa ventimila persone — si radunò al Broletto e si mosse verso il palazzo del governatore, preceduta da una bandiera tricolore. In testa al corteo c'era il podestà Gabrio Casati, aristocratico moderato che avrebbe continuato a ricoprire un ruolo chiave nelle ore successive. Con lui camminavano Cesare Correnti, Enrico Cernuschi, e altri esponenti del patriziato milanese. Era ancora una manifestazione pacifica. Durò pochissimo.
La prima giornata: il fuoco si accende
Al palazzo del governatore non c'era il governatore: il conte Spaur si era prudentemente trasferito nella più tranquilla Verona giorni prima, lasciando come suo rappresentante il conte O'Donnel. Questi, di fronte alla folla che premeva sotto le finestre del palazzo, non ebbe scelta: firmò una serie di concessioni che includevano l'istituzione della Guardia Civica, la destituzione del capo della polizia e la consegna delle armi della polizia alla stessa Guardia Civica. Le campane di Milano suonarono a stormo. E in quella stessa ora, in ogni quartiere della città, cominciarono i combattimenti.
Radetzky, colto alla sprovvista dalla rapidità e dalla portata dell'insurrezione, prese una decisione che vista a posteriori si rivelerà discutibile: si rinchiuse con i suoi 8.000 uomini nel Castello Sforzesco, lasciando i distaccamenti sparsi per la città a difendere le proprie posizioni isolate. Il castello era allora molto diverso dall'aspetto che ha oggi — il perimetro esterno era stato in parte demolito da Napoleone, e attorno c'era uno spiazzo aperto che lo separava dall'abitato — ma era comunque una fortezza solida. Dall'interno, gli Jäger (i tiratori scelti austriaci) potevano sparare sui rivoltosi che si avvicinavano. Ma Radetzky non era assediato: poteva ancora muovere le sue truppe e isolare la città dall'esterno, e controllava quasi tutti gli edifici pubblici, le caserme, gli uffici di polizia e persino il Duomo, dai cui tetti i cecchini austriaci tenevano sotto tiro le piazze sottostanti.
La risposta dei milanesi fu immediata e caotica. Senza una direzione centralizzata, senza un piano d'insieme, ogni quartiere cominciò a costruire le proprie barricate con quello che aveva a portata di mano. Carri, botti, mobili, mattoni, casse, assi di legno strappate dai cantieri: tutto era buono. A Porta Nuova qualcuno utilizzò le canne dell'organo in costruzione nella chiesa di San Francesco da Paola e i suoi attrezzi da lavoro. A via Monte Napoleone uno sbocco fu chiuso con un carro da botti e il carretto del lattaio. Carrozze capovolte bloccavano i portoni delle porte della città. E ovunque, dalle finestre e dai tetti, i milanesi osservavano i movimenti austriaci, pronti a lanciare tegole, pietre, mattoni, oggetti di ogni tipo sulle truppe che cercavano di passare.
Le armi da fuoco erano drammaticamente scarse. I milanesi si armarono come potevano: fucili esposti nei musei e nelle collezioni private, pistole da duello recuperate dai cassetti, roncole e falci degli orti periferici, perfino lance e alabarde storiche strappate dalle pareti dei palazzi. I fucili furono assegnati prioritariamente ai tiratori più esperti, come Giuseppe Broggi, ex soldato della Legione straniera francese che coordinò alcuni dei gruppi di combattimento più efficaci. Le strade furono deliberatamente rese impraticabili alla cavalleria: il selciato fu smantellato, i ferri e i vetri rotti furono sparsi sul terreno, creando una trappola per gli zoccoli dei cavalli.
I protagonisti: chi erano i milanesi del 18 marzo
Una delle caratteristiche più straordinarie delle Cinque Giornate — e una delle ragioni per cui ottennero il risultato che ottennero — fu la partecipazione trasversale. Sulle barricate combatterono fianco a fianco persone che in circostanze normali non si sarebbero mai trovate nella stessa stanza: aristocratici e calzolai, studenti universitari e orfani, seminaristi e lavandaie, donne vestite da uomini e sacerdoti con la tonaca. Più di cento donne morirono durante i cinque giorni di scontri.
I Martinitt — gli orfanelli dell'orfanotrofio di San Martino, i «piccoli martini» come venivano chiamati — divennero famosi come staffette portaordini, correndo tra le barricate con messaggi e informazioni sui movimenti austriaci. I seminaristi di Porta Orientale costruirono una delle barricate più solide ed efficaci dell'intera insurrezione, con la precisione metodica che evidentemente avevano assorbito dai loro studi. Don Angelo Fava, un sacerdote, guidava un gruppo di giovani patrioti che si erano confessati dal don Sacchi quella mattina presto, prima dell'alba, in previsione degli scontri armati. Tra di loro c'erano i fratelli Enrico ed Emilio Dandolo e Luciano Manara, giovani aristocratici destinati a diventare figure leggendarie del Risorgimento.
Carlo Cattaneo era un caso a sé. Intellettuale di formazione illuministica, professore, pubblicista, fondatore del Politecnico, Cattaneo era a Milano la testa pensante del movimento democratico e federalista. Non era un uomo d'azione nel senso tradizionale: le sue armi erano le idee, non i fucili. All'inizio era persino scettico sull'insurrezione — dubitava delle possibilità di successo contro un esercito regolare, e temeva che la rivoluzione finisse per avvantaggiare i moderati filosavoia invece dei repubblicani democratici. Ma quando capì che la rivolta era reale e che poteva riuscire, si gettò nell'organizzazione con tutta l'energia di cui era capace. Fu lui a teorizzare la tattica delle barricate mobili, a ragionare sull'abbattimento dei muri interni degli edifici per creare vie di comunicazione rapide e protette tra un isolato e l'altro, a consultare i tecnici del catasto per capire meglio la topografia della città che stava diventando un campo di battaglia.
Cristina Trivulzio di Belgioioso era un personaggio che sembra uscito da un romanzo. Nobile milanese, esiliata dagli austriaci per le sue idee liberali, aveva vissuto a Parigi dove era diventata figura di spicco nei salotti intellettuali e aveva finanziato con il suo patrimonio diverse spedizioni patriottiche. Al suo nome nella notte del 20 marzo — quando la stanchezza e lo scoraggiamento rischiavano di spegnere l'entusiasmo dei combattenti — è legata una delle scene più iconiche dell'intera insurrezione: guidò un gruppo di donne per le strade della città, incitando i giovani a scendere in strada a combattere. Le cronache la descrivono come una figura quasi soprannaturale, pallida e determinata, che sembrava incarnare di persona l'idea di libertà.
E poi c'era Pasquale Sottocorno, il calzolaio. Un uomo del popolo, senza titoli né istruzione, che il 21 marzo compì quello che le cronache descrivono come l'atto singolo più importante dell'intera insurrezione: riuscì ad appiccare il fuoco alla porta del Palazzo del Genio in via Monte di Pietà, dove un nutrito presidio austriaco resisteva e impediva l'avanzata dei rivoltosi. L'incendio aprì la strada a Luciano Manara, Enrico Dandolo ed Emilio Morosini che guidarono l'assalto finale alla posizione. Una via di Milano porta ancora oggi il suo nome.
La seconda e terza giornata: l'armistizio rifiutato
Nella notte tra il 18 e il 19 marzo i milanesi contarono e organizzarono le forze. All'alba del 19 erano già erette circa 1.700 barricate in ogni quartiere della città. Un numero impressionante: quasi una ogni cento metri quadrati di spazio urbano. Ogni barricata era presidiata, difesa dall'interno degli edifici circostanti, collegata alle altre attraverso i muri abbattuti. Milano era diventata un labirinto nel quale i soldati austriaci si muovevano a rischio della vita.
Radetzky cercò di rispondere concentrando le sue forze e usando l'artiglieria. Il 19 marzo ordinò un pesante bombardamento della zona del Broletto, dove si pensava si trovassero i capi della rivolta, sfondando il portone del palazzo municipale con i cannoni e facendo prigionieri centoventi cittadini milanesi, tra cui diversi nobili — il conte Greppi, il conte Belgioioso, Pietro Bellatti, il generale napoleonico Teodoro Lecchi, e altri. Questi prigionieri sarebbero stati portati via come ostaggi al momento della ritirata. Nonostante la brutalità del bombardamento, la resistenza non cedette. Ogni barricata smantellata veniva ricostruita nel giro di poche ore.
Il 20 marzo la situazione era entrata in uno stallo che lasciava perplesso lo stesso Radetzky. I suoi uomini erano stati rinforzati — con l'arrivo di truppe da fuori Milano erano saliti a circa 15.000-18.000 effettivi — ma non riuscivano a spostarsi attraverso la città senza subire perdite continue. Dall'esterno della città non arrivavano rinforzi: le strade erano state distrutte, i ponti abbattuti o sbarrati, i villaggi circostanti avevano eretto le proprie barricate. Era impossibile far arrivare ordini alle guarnigioni sparse nel territorio. In quella stessa giornata, Radetzky fece qualcosa che nessuno si aspettava: propose un armistizio.
Fu il momento più delicato dell'intera insurrezione. I moderati — capeggiati dal podestà Gabrio Casati, il cui obiettivo era sempre stato quello di ottenere concessioni sufficienti a giustificare un intervento del re di Sardegna Carlo Alberto — erano inclini ad accettare. Un armistizio avrebbe salvato le vite, avrebbe fermato le distruzioni, avrebbe permesso una trattativa diplomatica. Cattaneo era di parere opposto, con la durezza intellettuale che lo caratterizzava. Accettare l'armistizio, diceva, significava consegnare la vittoria agli austriaci: avrebbero preso tempo, ricevuto rinforzi, e poi sarebbero tornati con forze ancora maggiori. La battaglia non era ancora vinta; una sosta equivaleva a una sconfitta differita.
Nel consiglio di guerra riunito a Palazzo Taverna, fu la posizione di Cattaneo a prevalere. Il conte Vitaliano Borromeo — uno dei grandi nobili milanesi presenti alla riunione — rispose alla minaccia austriaca di distruggere la città con i cannoni con una frase rimasta nella memoria: i milanesi, disse, sarebbero stati in grado di seppellirsi nei loro palazzi. L'armistizio fu rifiutato. I combattimenti ripresero.
La quarta giornata: il tricolore sulla Madonnina
Radetzky, di fronte al rifiuto dell'armistizio, ordinò il 20 marzo a tutti i distaccamenti sparsi per Milano di concentrarsi nel Castello Sforzesco e di abbandonare le posizioni nelle caserme e negli edifici pubblici. Era una mossa strategica: rinunciare al controllo disperso della città per concentrare le forze in una posizione difendibile, da cui sarebbe stato poi più facile condurre una controffensiva. Ma nella pratica significava cedere ai milanesi il controllo di quasi tutti gli edifici pubblici della città.
Fu in questo contesto che avvenne uno degli episodi più simbolici dell'intera vicenda. Con gli austriaci ritirati dai tetti del Duomo, due giovani patrioti — Luigi Torelli e Scipione Bagaggia — salirono sulla guglia centrale della cattedrale e piantarono il tricolore italiano sulla Madonnina, la statua dorata che sovrasta il Duomo a novantun metri di altezza. Era un gesto di sfida puramente simbolico, ma il simbolismo in quelle ore valeva quanto un battaglione. Il tricolore sulla Madonnina era visibile da ogni punto della città.
Nella stessa giornata del 20 marzo fu formalizzata la struttura di comando dell'insurrezione. Fino a quel momento la resistenza era stata straordinariamente efficace ma anche straordinariamente caotica: ogni quartiere combatteva per conto suo, le informazioni circolavano con fatica, le decisioni venivano prese da chiunque si trovasse nel posto giusto al momento giusto. Enrico Cernuschi, Giulio Terzaghi, Giorgio Clerici e Carlo Cattaneo fondarono un Consiglio di Guerra con sede a Palazzo Taverna, che prese il comando effettivo delle operazioni militari. Cernuschi era un giovane ardito e intelligente, sempre vestito di nero, che il popolo aveva soprannominato «l'abate milanese». Cattaneo era la mente strategica. Insieme cominciarono a razionalizzare quella che fino ad allora era stata una resistenza spontanea e a trasformarla in qualcosa di più simile a una campagna militare organizzata.
Una delle innovazioni più efficaci fu quella dei palloni aerostatici — mongolfiere artigianali — usate per comunicare con il mondo esterno al di là delle mura della città. I combattenti avevano bisogno di far sapere cosa stava succedendo, di chiamare i volontari dei comuni vicini, di impedire che Radetzky ricevesse rinforzi per via aerea. Le mongolfiere portavano messaggi, proclami, appelli. Astronomia e ingegneria si mischiavano alla tattica militare: gli astronomi erano stati messi a sorvegliare i movimenti del nemico dai campanili, gli impiegati del catasto erano stati consultati per analizzare la topografia della città, i professori di architettura aiutavano a progettare le barricate più resistenti.
La quinta giornata: la resa di Radetzky
Nella notte tra il 21 e il 22 marzo nacque il Governo Provvisorio di Milano, presieduto da Gabrio Casati e con Cesare Correnti come segretario. Era il segnale che l'insurrezione stava diventando qualcosa di più di una rivolta: stava diventando un atto politico con pretese di legittimità istituzionale. Quella stessa notte, Radetzky prese la sua decisione.
Il feldmaresciallo era un soldato pragmatico. Aveva combattuto abbastanza guerre da sapere quando una posizione non era più difendibile, non tanto militarmente — lui aveva ancora forze superiori — quanto politicamente. Continuare a bombardare la città avrebbe significato macerie, morti civili, una catastrofe di immagine per l'Impero in un momento in cui tutta l'Europa era in rivolta. Aveva già proposto due armistizi rifiutati. I rinforzi che aveva richiesto non riuscivano ad arrivare perché le strade erano bloccate. E soprattutto, temeva l'intervento dell'esercito piemontese di Carlo Alberto: se le truppe sarde fossero entrate in Lombardia mentre lui era ancora impantanato nei vicoli di Milano, si sarebbe trovato in una posizione insostenibile.
La decisione fu presa: ritirata verso il cosiddetto «Quadrilatero», il sistema di fortezze che l'Austria controllava nel Veneto — Verona, Legnago, Mantova, Peschiera — da cui sarebbe stato possibile riorganizzarsi e tornare a combattere in campo aperto contro un esercito regolare, non contro una città in rivolta. Prima di partire, Radetzky fece una cosa cinica e pragmatica: portò via come ostaggi i prigionieri più importanti che aveva fatto nei giorni precedenti, per tutelarsi durante la ritirata.
All'alba del 22 marzo, a Porta Tosa — oggi Porta Vittoria — avvenne lo scontro finale. I milanesi usarono le barricate mobili ideate da Antonio Carnevali, ex ufficiale della Guardia napoleonica veterano della campagna di Russia: fascine di tre metri di diametro, bagnate per impedire che prendessero fuoco, che i combattenti facevano rotolare davanti a sé per proteggersi dai proiettili austriaci. Sparando anche dai tetti e riuscendo a colpire una polveriera, i rivoltosi misero in fuga il presidio. Porta Tosa cadde nelle mani dei milanesi. Era l'ultima posizione austriaca significativa.
Nella notte tra il 22 e il 23 marzo, Radetzky ordinò la ritirata generale. Le truppe austriache abbandonarono Milano in silenzio e si mossero verso est, verso il Quadrilatero veneto. All'alba del 23 le porte di Milano si aprirono e accolsero i primi volontari arrivati da Genova e da Torino. La città era libera. Per la prima volta in trentatré anni, da quando il Congresso di Vienna aveva sistemato l'Europa a modo suo, Milano non era sotto l'Austria.
Il dopo: la vittoria che non durò
La notizia della cacciata di Radetzky da Milano ebbe effetti immediati sull'intera scena politica italiana. Carlo Alberto di Savoia, re di Sardegna, che stava aspettando il momento giusto con la cautela tipica dei sovrani calcolatori, capì che il tempo delle esitazioni era finito: il 23 marzo dichiarò guerra all'Impero austriaco. Cominciava la Prima Guerra di Indipendenza italiana.
In quel momento preciso si consumò anche la prima grande divisione politica dell'Italia post-risorgimentale. Carlo Cattaneo e i democratici erano convinti che la rivoluzione dovesse essere portata avanti dall'entusiasmo popolare, senza affidarsi ai calcoli di un re. Avevano vinto senza Carlo Alberto: perché affidargli ora il frutto di quella vittoria? I moderati filosavoia — Casati, la nobiltà liberale, la grande borghesia — risposero che nessuna guerra di indipendenza poteva essere vinta senza un esercito regolare, e che l'unico esercito regolare disponibile era quello piemontese. Fu inviato a Torino un messaggero con la petizione formale con cui i milanesi chiedevano a Carlo Alberto di «entrare in Lombardia». Cattaneo era stato sconfitto politicamente proprio nel momento della sua vittoria militare.
La guerra andò male. Radetzky, ritiratosi nel Quadrilatero e ricevuti i rinforzi del generale Nugent, riorganizzò l'esercito e attese il momento giusto. Il 25 luglio 1848, nella battaglia di Custoza, le truppe piemontesi subirono una sconfitta decisiva. Il 6 agosto 1848 — meno di cinque mesi dopo le Cinque Giornate — Radetzky rientrò a Milano. Due giorni bastarono per ristabilire il dominio austriaco e annullare tutte le conquiste ottenute. La restaurazione fu immediata e duratura. Molti protagonisti delle Cinque Giornate andarono in esilio: Cattaneo non tornò più a Milano e morì a Lugano nel 1869. Cristina di Belgioioso fuggì a Napoli, poi in esilio. Luciano Manara morì a Roma nel 1849, combattendo in difesa della Repubblica Romana di Mazzini.
Eppure le Cinque Giornate non furono una parentesi. Furono il primo atto della trasformazione che avrebbe portato, tredici anni dopo, all'Unità d'Italia nel 1861. Avevano dimostrato qualcosa che molti ritenevano impossibile: che una città disarmata poteva battere un esercito. Che il popolo — non solo la nobiltà, non solo i militari, ma i calzolai, gli orfani, le donne, i sacerdoti — poteva fare la storia. E avevano fatto di Milano, agli occhi del mondo liberale europeo, un simbolo.
La tattica delle barricate: una rivoluzione nel modo di fare la guerra
Le barricate non erano semplicemente ostacoli fisici: erano una tecnologia militare nuova, adatta alla guerra urbana contro un esercito convenzionale. Avevano già svolto un ruolo nella rivoluzione parigina del 1830 e del 1848, ma Milano ne fece un uso sistematico e razionale che stupì gli stessi austriaci.
Il generale Karl Schönhals, nelle sue memorie, scrisse che i milanesi dovevano avere «direttori militari prestati dall'estero» per organizzare una resistenza così efficiente. Era una spiegazione consolatoria: in realtà, come osservò Carlo Cattaneo nella sua risposta, non c'era nessun esperto straniero. Era il «fermo proposito di finirla a qualunque costo», organizzato con l'intelligenza pratica di chi conosceva ogni vicolo e ogni cortile della propria città.
Le 1.700 barricate del 19 marzo — salite a quasi 2.000 nel corso dei combattimenti — erano state costruite con una logica precisa. Non si trattava solo di bloccare le strade: erano sistemi difensivi integrati. I muri degli edifici adiacenti venivano abbattuti per creare vie di fuga e di comunicazione al riparo dai cecchini. Dalle finestre e dai tetti si poteva coprire con il fuoco l'intero campo visivo della barricata sottostante. Ogni barricata era collegata alle altre in modo da rendere impossibile ai soldati austriaci avanzare senza esporsi al tiro incrociato.
La scarsità di armi da fuoco aveva portato a soluzioni creative. Le bombe «casarecce» — ordigni improvvisati con materiali reperibili in qualsiasi bottega artigiana — venivano lanciate dai tetti. Le strade erano state cosparse di materiali taglienti per rendere la cavalleria inutilizzabile. E le barricate mobili di Carnevali — le fascine bagnate fatte rotolare davanti ai combattenti come scudi mobili — erano un'innovazione tattica che avrebbe trovato impiego in conflitti successivi.
C'era poi una dimensione psicologica, forse la più importante. Gli austriaci erano addestrati a combattere in formazione, campo aperto, secondo le regole della guerra convenzionale. Nessuna di quelle regole funzionava nel labirinto di barricate di una città in rivolta. Non sapevano da dove sarebbe arrivato il prossimo colpo. Non potevano usare la cavalleria. Non potevano sfruttare la superiorità numerica in uno spazio dove il vantaggio era di chi conosceva il terreno. Erano, letteralmente, combattenti stranieri in una città che non capivano.
Milano dopo: i luoghi della memoria
Chiunque avesse voglia di seguire le tracce delle Cinque Giornate nella Milano di oggi troverà una città che ha scelto di ricordare attraverso la toponomastica più che attraverso le pietre. I nomi delle strade portano i nomi dei protagonisti: via Enrico Cernuschi, via Luciano Manara, via Pasquale Sottocorno, via Luisa Battistotti Sassi (una delle donne che combatterono nelle giornate), corso XXII Marzo. Via Felice Casati porta il nome del cappuccino che aveva tenuto in piedi il Lazzaretto nel 1630, ma il quartiere che la ospita è lo stesso che sorse sulle rovine di quel Lazzaretto demolito trent'anni dopo le Cinque Giornate.
Il luogo fisico più significativo è piazza Cinque Giornate, con il Monumento alle Cinque Giornate inaugurato nel 1895 su progetto dello scultore Giuseppe Grandi. È un'opera imponente, con i bronzi dei combattenti e la Vittoria alata, e nella cripta sotterranea sono conservate le ossa di alcuni dei caduti. Ogni anno tra il 18 e il 22 marzo i tram dell'ATM circolano con piccoli stendardi tricolori, e la piazza viene imbandierata. È una delle poche commemorazioni milanesi che mantiene un carattere genuinamente popolare, al di là delle cerimonie ufficiali.
Il Museo del Risorgimento in via Borgonuovo conserva una straordinaria collezione di testimonianze materiali: stampe, cimeli, proclami, dipinti. Tra le opere pittoriche, i dipinti di Carlo Canella sui combattimenti a Porta Tosa e di Baldassarre Verazzi sul combattimento a Palazzo Litta hanno fissato l'iconografia visiva delle Cinque Giornate per le generazioni successive. Anche Francesco Hayez — il grande pittore romantico milanese — dedicò a quelle giornate un dipinto realizzato intorno al 1855, “Le cinque giornate di Milano”.
In piazza Belgioioso, dal 2021, c'è una statua di Cristina Trivulzio di Belgioioso — l'unica statua di una donna in spazio pubblico a Milano. Manzoni abitava a pochi passi di distanza: nelle sue lettere raccontava di aver sentito il rumore dei combattimenti dalla sua casa.
La lezione delle Cinque Giornate
C'è una domanda che torna ogni volta che si rileggono le Cinque Giornate: com'è possibile che sia andata così? Che una città di 200.000 abitanti, senza un esercito, senza un piano prestabilito, con divisioni politiche profonde al suo interno, abbia sconfitto in cinque giorni una guarnigione di 15.000 soldati imperiali?
La risposta più onesta è che non fu solo una vittoria militare: fu anche, in parte, una scelta di Radetzky. Il feldmaresciallo aveva capito che combattere casa per casa in una città ostile era una guerra senza fine, che stava sacrificando uomini per obiettivi impossibili, e che la vera battaglia si sarebbe combattuta fuori dalla città contro l'esercito piemontese. Aveva scelto di conservare le forze per quella battaglia — che avrebbe poi vinto a Custoza. In questo senso, la ritirata da Milano era anche un atto di intelligenza strategica.
Ma questo non diminuisce quello che fecero i milanesi. Costruirono 1.700 barricate in una notte. Rifiutarono due armistizi quando la tentazione di accettare era fortissima. Misero insieme aristocratici e calzolai, donne e orfani, sacerdoti e laici, in un'impresa comune. E convinsero Radetzky che il costo di restare era troppo alto.
La vittoria fu reale, anche se breve. La sua durata — meno di cinque mesi prima della restaurazione austriaca — è parte del suo significato. Le Cinque Giornate non risolvettero il problema dell'indipendenza italiana: mostrarono solo che era possibile. Che i rapporti di forza che sembravano immutabili potevano essere ribaltati, almeno temporaneamente, da chi era disposto a pagarne il prezzo.
Cattaneo, esule a Lugano, rimase convinto per il resto della sua vita che se i milanesi avessero rifiutato di affidarsi a Carlo Alberto e avessero portato avanti la rivoluzione da soli, il risultato sarebbe stato diverso. Non lo sapremo mai. Quello che sappiamo è che senza le Cinque Giornate, senza la prova che quell'impresa era possibile, il Risorgimento avrebbe avuto un percorso diverso, forse più lungo, forse più incerto.
Ogni volta che i tram di Milano sfilano imbandierati nella terza settimana di marzo, portano con sé il ricordo di qualcosa che la storia insegna raramente: che non sempre vince chi ha più soldati.
Stefano Brigati - Redattore
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