Data center, i comitati replicano ai 52 sindaci: chiesta una moratoria in ogni Consiglio comunale
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- 19 ottobre 2026
La Rete nazionale Stop Data Center risponde all'appello firmato anche dai primi cittadini di Peschiera Borromeo e Segrate: rendete pubblici gli atti approvati. E chiede al Governo un piano nazionale sottoposto a Vas
La replica all'appello dei sindaci
Il confronto sui data center si accende ancora. Dopo l'appello dei 52 sindaci dell'area metropolitana milanese, che hanno chiesto di cambiare le regole perché si sentono privati del potere di decidere, arriva la risposta della Rete nazionale dei comitati Stop Data Center. Il titolo del comunicato è già una sentenza: i sindaci non possono chiamarsi fuori dalle proprie responsabilità.
Tra i firmatari dell'appello ci sono molti primi cittadini del Sud Est Milano, a partire da Andrea Coden di Peschiera Borromeo e Francesco Di Chio di Segrate. Sottoscrivono anche i Comuni di Pioltello, Pantigliate, Dresano, Vizzolo Predabissi, Cerro al Lambro, San Zenone al Lambro, Locate Triulzi, Pieve Emanuele, Liscate e Truccazzano.
Le domande dei comitati sulle varianti
I comitati partono da una serie di domande. Chi ha approvato le varianti urbanistiche? Chi ha adottato i piani attuativi? Chi ha rilasciato i titoli edilizi? Secondo la Rete, prima dell'arrivo del procedimento unico i Comuni avevano competenze decisive nelle scelte che hanno aperto la strada a molti insediamenti.
Il comunicato distingue tra le diverse situazioni, ma è duro con alcuni firmatari: amministratori che hanno sostenuto pubblicamente i progetti, altri che non hanno presentato osservazioni, altri ancora che avrebbero trattato le compensazioni economiche a porte chiuse. I comitati precisano di non attribuire a tutti i 52 sindaci le stesse responsabilità.
«I Comuni non hanno perso ogni potere»
Per la Rete il procedimento unico statale o regionale ha cambiato il quadro autorizzativo, ma non ha cancellato le competenze comunali. Non è una variante urbanistica automatica e non elimina la conformità al Pgt. Quando serve una variante, la decisione spetta al Consiglio comunale, e nessuno può obbligarlo a modificare il piano per far spazio a un data center.
Nel mirino c'è anche l'informazione ai cittadini. In molti territori, sostengono i comitati, le comunità hanno scoperto i progetti a giochi quasi fatti, e la semplice pubblicazione degli atti all'albo pretorio non basta.
La richiesta: un piano nazionale e la moratoria
Sul fronte nazionale la Rete chiede al Governo un Piano nazionale strategico delle infrastrutture data center, da sottoporre a Valutazione ambientale strategica, per misurare gli impatti cumulativi su suolo, acqua, energia, emissioni, calore e rumore. Il principio è riassunto in una frase: «Prima si programma, poi si autorizza. Non il contrario.»
Ai sindaci firmatari, invece, i comitati chiedono di rendere pubblici gli atti e le motivazioni delle scelte fatte. E propongono un banco di prova concreto: iscrivere al primo Consiglio comunale utile l'ordine del giorno promosso dalla Rete, con la richiesta formale di moratoria sui data center, e metterlo al voto. Perché, è la conclusione, «anche scegliere di non opporsi è una scelta».
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Redazione