Ceuta, la frontiera della crudeltà: migliaia di migranti intrappolati e il governo Sánchez risponde con barriere e rimpatri

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Dopo l'ingresso di oltre 70mila persone e almeno 141 vittime, nell'enclave spagnola restano migliaia di migranti in condizioni precarie. Aodi: «Muri e repressione non governano i flussi». Madrid rafforza la frontiera mentre cresce l'emergenza umanitaria e sanitaria

CEUTA, 17 agosto 2026 – Da una parte una Spagna che negli ultimi mesi ha rivendicato una politica migratoria più aperta rispetto a molti altri Paesi europei. Dall'altra le immagini drammatiche di Ceuta, dove la risposta all'arrivo di decine di migliaia di persone si sta trasformando in un gigantesco dispositivo di contenimento, rimpatrio e controllo della frontiera. È questa contraddizione a mettere oggi sotto accusa il governo guidato da Pedro Sánchez.

La crisi è esplosa alla fine di luglio, quando decine di migliaia di migranti hanno raggiunto l'enclave spagnola dal Marocco. Secondo il bilancio riportato dalle associazioni, gli ingressi sarebbero stati circa 80mila, mentre almeno 141 persone hanno perso la vita nel tentativo di raggiungere Ceuta.

Migliaia di persone ancora bloccate a Ceuta

A oltre due settimane dall'ondata principale, circa 8mila migranti risulterebbero ancora presenti nell'enclave, molti in condizioni estremamente precarie. Particolarmente delicata è la situazione dei minori stranieri non accompagnati e delle persone più vulnerabili.

Madrid ha nel frattempo rafforzato il controllo della frontiera e la cooperazione con il Marocco per impedire nuovi ingressi. Una risposta che pone una domanda politica inevitabile: dov'è finita la Spagna dell'accoglienza rivendicata dal governo Sánchez quando l'immigrazione non è più un principio da proclamare, ma un'emergenza da affrontare concretamente?

La pressione sanitaria e quasi 2mila minori

Secondo il comunicato diffuso da AMSI, CO-MAI, UMEM, AISCNEWS e Uniti per Unire, circa 5.800 migranti hanno avuto bisogno di assistenza sanitaria, mentre gli accessi alle urgenze sarebbero aumentati del 50%. Sono stati segnalati gastroenteriti, tubercolosi, scabbia, colpi di calore, ferite e conseguenze delle aggressioni.

Sono inoltre 1.898 i bambini e gli adolescenti identificati nel sistema di protezione, mentre resta incerto il numero di quelli che vivono fuori dalle strutture.

Il professor Foad Aodi, medico-fisiatra, giornalista e docente dell'Università di Tor Vergata, invita però a evitare qualsiasi automatismo tra immigrazione e malattie.

«Non bisogna commettere l'errore di associare automaticamente immigrazione e malattie. Moltissimi migranti partono in condizioni di salute complessivamente buone e sviluppano problemi durante il viaggio o nei Paesi di transito, dopo settimane o mesi trascorsi in condizioni estreme, senza acqua sufficiente, assistenza medica, igiene e alimentazione adeguate, spesso dopo avere subito violenze, torture e abusi».

Aodi: «Muri e repressione non governano i flussi»

Per Aodi la risposta non può limitarsi a barriere e controlli.

«Pensare di governare fenomeni di queste dimensioni esclusivamente innalzando barriere o aumentando la repressione alle frontiere significa intervenire soltanto sull'ultimo anello della catena».

Secondo il medico servono équipe multidisciplinari di frontiera, percorsi regolari e accordi trasparenti con i Paesi d'origine.

«I flussi migratori devono essere programmati e governati, combattendo l'immigrazione irregolare e il traffico di esseri umani, ma contemporaneamente creando percorsi regolari e investendo seriamente nei Paesi dai quali le persone partono».

La proposta: un Piano Marshall europeo per la salute globale

Da AMSI e dalla rete delle associazioni arriva anche una proposta concreta rivolta alle istituzioni italiane ed europee: istituire un Tavolo permanente sulla Sanità Transculturale e di Frontiera, coinvolgendo professionisti sanitari, istituzioni, esperti di salute globale, mediatori culturali e rappresentanti delle comunità.

L'obiettivo sarebbe passare dalla continua gestione delle emergenze a una politica strutturale capace di intervenire anche nei Paesi di origine e di transito.

«L'Europa deve promuovere un vero Piano Marshall per la salute globale», conclude Aodi. «Occorre finanziare ospedali, ambulatori, programmi vaccinali, medicina territoriale e formazione dei professionisti nei Paesi d'origine e di transito, oltre a predisporre protocolli sanitari comuni nei punti di ingresso europei. Prevenire una crisi sanitaria prima che raggiunga le nostre frontiere costa meno, salva più vite ed è molto più efficace che rincorrere continuamente le emergenze».

La proposta comprende anche una strategia europea comune dedicata alle categorie maggiormente esposte.

«Chiediamo da anni una strategia europea comune per i minori stranieri non accompagnati, per le donne e per tutte le persone vulnerabili. Non possono essere lasciati per giorni o settimane in condizioni precarie. Sicurezza e solidarietà non sono concetti contrapposti: una gestione ordinata, programmata e sanitaria dei flussi tutela contemporaneamente i migranti, i cittadini europei e gli stessi sistemi sanitari nazionali».

La tragedia di Ceuta mostra così il limite delle politiche migratorie ridotte agli slogan. L'Europa ha il diritto e il dovere di controllare le proprie frontiere, ma non può trasformarle in luoghi nei quali migliaia di esseri umani vengono lasciati sospesi tra disperazione, repressione e rimpatrio. E oggi è soprattutto il governo Sánchez a dover spiegare come questa realtà possa conciliarsi con l'immagine di una Spagna che continua a presentarsi come modello europeo di apertura e solidarietà.


Foad Aodi
Foad Aodi