Legge elettorale, il paradosso della sinistra: festeggia lo stop alle preferenze e grida alla «legge truffa» che garantisce il 45% alle opposizioni

Female hand keeps ballot over ballot box. Translation from Italian-Election to the Senate of the Republic. Overseas Constituency. Europe. Ballot paper. Election stamp

Il voto segreto alla Camera ha affossato per un solo voto l'emendamento sulle preferenze e le opposizioni hanno esultato per la sconfitta della maggioranza. Ma la nuova legge pone un tetto al 55% dei seggi per chi vince, lasciando almeno il 45% alla minoranza. Due elementi che rendono meno lineare la narrazione di una riforma costruita per cancellare l'opposizione.

La festa per una sconfitta che è anche quella degli elettori

C'è un'immagine che forse racconta meglio di tante dichiarazioni il paradosso della battaglia sulla nuova legge elettorale: le opposizioni che esultano nell'Aula della Camera dopo la bocciatura dell'emendamento sulle preferenze.

Il voto è finito 188 a 187. L'emendamento presentato da Fratelli d'Italia, Noi Moderati e Udc, sul quale Governo e Commissione avevano espresso parere favorevole, è caduto a scrutinio segreto. Dai banchi delle opposizioni sono partiti cori di «elezioni» e «dimissioni», come riportato nel resoconto stenografico della Camera dei deputati.

Legittimo festeggiare una sconfitta parlamentare dell'avversario. Molto meno semplice è spiegare perché quella festa sia arrivata proprio mentre veniva affossata la possibilità di restituire agli elettori una maggiore scelta dei propri rappresentanti.

Giuseppe Conte ha contestato questa ricostruzione direttamente in Aula: «Noi abbiamo esultato certo, ma perché ha perso la maggioranza».

Ed è precisamente questa risposta a rendere evidente il cortocircuito.

Si può essere talmente concentrati sulla necessità di battere Giorgia Meloni da festeggiare anche quando, insieme alla maggioranza, perde una proposta che avrebbe consentito agli elettori di indicare delle preferenze?

Giovanni Donzelli, nelle dichiarazioni di voto di Fratelli d'Italia, ha affondato il colpo: «Avete fatto bene a festeggiare come se aveste vinto i mondiali, quando siete riusciti a impedire agli italiani di esprimersi con le preferenze».

La questione politica rimane: quando sconfiggere l'avversario diventa più importante del merito della norma, qualcosa non torna.

Una «legge truffa» che garantisce almeno il 45% alle opposizioni

C'è poi il secondo paradosso.

Le opposizioni hanno definito la riforma una legge costruita per consolidare il potere della maggioranza. Conte l'ha chiamata apertamente «legge truffa», sostenendo che il premio sia incostituzionale.

Ma il testo approvato alla Camera pone un limite preciso: la coalizione vincente non può andare oltre 220 deputati su 400, mentre al Senato il tetto è di 113 senatori elettivi. La soglia prevista per accedere al meccanismo premiale è fissata al 42%.

È da qui che nasce il 55% rivendicato dalla maggioranza.

Donzelli lo ha sintetizzato così: «Per la prima volta nella storia, le opposizioni avranno una soglia minima di rappresentanza che è il 45 per cento».

Naturalmente si può contestare il premio, la soglia del 42%, il sistema delle liste o l'intero impianto. Ma diventa difficile descrivere contemporaneamente questa legge come uno strumento destinato a cancellare le opposizioni quando la maggioranza viene contenuta entro un tetto che lascia alla minoranza almeno il 45% della rappresentanza parlamentare.

Il paradosso più grande

Ed eccoci al punto.

La sinistra denuncia una deriva maggioritaria, ma la legge limita numericamente la maggioranza. Rivendica da sempre più partecipazione, ma festeggia quando cade l'emendamento sulle preferenze. Accusa il centrodestra di volere una legge per vincere, ma quella stessa legge può consegnare il premio a qualunque coalizione arrivi prima e superi la soglia prevista.

E c'è persino un ulteriore paradosso.

Se davvero questa legge fosse costruita esclusivamente per Giorgia Meloni, sostenere che favorisce inevitabilmente il centrodestra significa implicitamente partire dall'idea che il centrosinistra non possa conquistare un voto in più dell'avversario.

È proprio la provocazione lanciata da Donzelli in Aula: se la regola vale allo stesso modo per entrambi gli schieramenti, il problema non può essere semplicemente chi oggi appare più forte.

Opporsi è legittimo, ma le contraddizioni restano

Una legge elettorale può e deve essere criticata. Soprattutto quando interviene sulle regole con cui viene trasformato il consenso popolare in rappresentanza parlamentare.

Ma proprio per questo la discussione dovrebbe partire dai fatti.

La nuova legge può essere contestata nel suo impianto. Le opposizioni possono considerare insufficiente il 45% dei seggi lasciato alle minoranze o eccessivo il premio destinato alla coalizione vincente. Possono sostenere che il sistema delle candidature continui a lasciare troppo potere alle segreterie.

Quello che appare molto più difficile è tenere insieme tutte le narrazioni contemporaneamente.

Perché festeggiare la caduta delle preferenze mentre si invoca maggiore potere per gli elettori è un paradosso. E denunciare una legge che schiaccerebbe le opposizioni senza ricordare che, proprio attraverso il tetto imposto alla maggioranza, almeno il 45% della rappresentanza resta alle minoranze significa raccontarne soltanto una parte.

Alla fine rimane una domanda molto semplice: la legge è antidemocratica perché impedisce agli elettori di scegliere oppure diventa una vittoria quando le preferenze vengono affossate?

Prima o poi, anche la politica deve scegliere quale delle due cose sostenere.
Cinzia Folli