Trump insulta il Papa e blocca l'Iran: il mondo gli volta le spalle
Il presidente americano attacca Leone XIV su Truth, impone il blocco navale sui porti iraniani e brucia i negoziati di Islamabad. Ma restano solo in pochi dalla sua parte
«È debole sul fronte della criminalità e pessimo in politica estera». così Donald Trump ha scelto di aprire una delle giornate più calde della crisi iraniana attaccando papa Leone XIV su Truth. Non un commento a margine, non una battuta sfuggita di bocca: un post costruito, con tanto di rivendicazione personale — «se io non fossi alla Casa Bianca, Leone non sarebbe in Vaticano» — e una preferenza dichiarata per il fratello del pontefice, definito «totalmente Maga». «Lui ha capito tutto», ha scritto il presidente. «Non voglio un Papa che ritenga accettabile che l'Iran possieda l'arma nucleare».
Il tutto mentre le navi del Comando Centrale americano si preparavano ad attuare il blocco navale su tutti i porti iraniani. Una giornata da manuale del caos.
I vescovi Usa insorgono
Le reazioni non si sono fatte attendere. L'arcivescovo Paul S. Coakley, presidente della Conferenza episcopale statunitense, ha rotto gli indugi con una dichiarazione netta: «Sono profondamente addolorato che il Presidente abbia scelto di scrivere parole così denigratorie nei confronti del Santo Padre. Papa Leone non è un suo rivale, né il Papa è un politico. È il Vicario di Cristo che parla a partire dalla verità del Vangelo e per la cura delle anime».
Persino Matteo Salvini — vicepremier italiano e alleato storico del mondo trumpiano — ha preso le distanze, pur con i guanti: «Se c'è una persona che si sta spendendo sul tema della pace è Papa Leone. Attaccare il Papa, uomo simbolo di pace e guida spirituale per miliardi di cattolici, non mi sembra una cosa utile e intelligente da fare».
Il blocco entra in vigore
Alle dieci di mattina ora americana — le quattro del pomeriggio in Italia — le forze del Centcom hanno dato il via al blocco navale. Tutti i porti iraniani, sia sul Golfo Persico che sul Golfo di Oman, sono ora sotto controllo americano. La misura si applica «in modo imparziale nei confronti delle navi di tutte le nazioni», con una sola eccezione: chi transita nello Stretto di Hormuz senza fare scalo in Iran può farlo liberamente.
Una distinzione tecnica che, però, non ha convinto quasi nessuno.
La Spagna è stata tra le prime a farsi sentire. La ministra della Difesa Margarita Robles ha definito il blocco «una cosa senza senso», parlando di «un altro episodio di questa spirale discendente in cui siamo stati trascinati». Il Regno Unito ha preso le distanze in modo più silenzioso: navi e soldati britannici non parteciperanno al blocco. Londra continuerà a operare nella regione con dragamine e unità anti-drone, ma senza bloccare nulla. Libertà di navigazione nello Stretto, ha ribadito Londra, è «urgentemente necessaria per sostenere l'economia globale».
La minaccia di Teheran: «Rimpiangerete questi prezzi»
Dall'altra parte, l'Iran non è rimasto in silenzio. Mohammad Bagher Ghalibaf — presidente del Parlamento iraniano e capo della delegazione ai colloqui falliti di sabato — ha risposto a Trump con un post su X di quelli che si ricordano: «Godetevi gli attuali prezzi alla pompa. Con il cosiddetto "blocco", presto rimpiangerete i 4-5 dollari al gallone».
Una sfida diretta, rivolta a un'America in cui la benzina a quei prezzi fa già paura. L'esercito iraniano è andato oltre, definendo l'intera operazione navale «illegale» e paragonandola a un atto di «pirateria».
I colloqui di Islamabad: eravamo a un passo
A complicare ulteriormente il quadro, c'è una notizia che suona quasi paradossale: i negoziati di Islamabad, quelli naufragati nel fine settimana, erano arrivati vicinissimi a un accordo. Lo ha scritto su X il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi con parole che lasciano l'amaro in bocca. «L'Iran ha collaborato con gli Stati Uniti in buona fede per porre fine alla guerra», ha dichiarato. Ma quando si era «a un passo» dall'intesa, ha spiegato, «abbiamo trovato massimalismo, cambiamenti di obiettivi e chiusura». E ha concluso con una frase che vale più di mille comunicati diplomatici: «La buona volontà genera buona volontà. L'inimicizia genera inimicizia».
Trump, tornato a Washington da Mar-a-Lago, ha risposto a modo suo: «Non mi importa se l'Iran torna al tavolo dei negoziati». Eppure, secondo fonti citate dal Wall Street Journal, i contatti diplomatici non si sarebbero mai davvero interrotti. I Paesi del Golfo starebbero premendo su entrambe le parti per riprendere le trattative e prorogare il cessate il fuoco di due settimane. Potrebbe bastare poco per tornare a parlare — se qualcuno lo volesse davvero.
La Cina chiede calma e smentisce le accuse sulle armi
In questo scenario, Pechino ha scelto la via della moderazione. Il portavoce del ministero degli Esteri Guo Jiakun ha definito «calunnie infondate» le accuse di aver fornito o voler consegnare armi a Teheran, e ha lanciato un appello a entrambe le parti affinché non riprendano le ostilità: «La Cina auspica che le parti rispettino l'accordo di cessate il fuoco temporaneo e continuino a risolvere le controversie attraverso mezzi politici e diplomatici».
I numeri che fanno paura: 1.639 esecuzioni in un anno
Nel mezzo di tutto questo, due organizzazioni non governative — Iran Human Rights e Together Against the Death Penalty — hanno pubblicato un rapporto che mette i brividi. Nel 2025, le autorità iraniane hanno giustiziato almeno 1.639 persone: il numero più alto dal 1989. Un aumento del 68% rispetto all'anno precedente, con una media di oltre quattro esecuzioni al giorno. Le ong avvertono: se il regime sopravviverà all'attuale crisi, «esiste il serio rischio che le esecuzioni vengano utilizzate in modo ancora più esteso come strumento di oppressione».
Salvini: «Il problema non è il prezzo del diesel, è se ci sarà»
Sul fronte economico, Salvini ha usato parole dure che suonano come un campanello d'allarme per tutti: «Se il conflitto andasse avanti per settimane o mesi il problema non è quanto costerà il diesel, ma se ci sarà il diesel». Un invito esplicito a Trump a cercare «una via d'uscita» prima che la situazione diventi irreversibile.
Il mondo, per ora, attende. Con lo Stretto di Hormuz nel mirino e il prezzo della benzina come termometro di una crisi che — qualunque cosa accada nei prossimi giorni — non finirà presto.
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Redazione