Addio a Evaristo Beccalossi, il poeta del pallone che faceva sognare San Siro
È morto nella notte tra martedì e mercoledì il numero 10 nerazzurro, bandiera dell'Inter e artista del calcio italiano: aveva 69 anni
Evaristo Beccalossi se n'è andato nella notte tra il 5 e il 6 maggio, nella clinica Poliambulanza di Brescia dove era ricoverato da oltre un anno. Avrebbe compiuto 70 anni il prossimo 12 maggio. Con lui se ne va uno dei fantasisti più amati del calcio italiano, un uomo capace di accendere uno stadio intero con un solo tocco di palla.
Un anno di lotta
Tutto era cominciato il 9 gennaio 2025. Un amico era andato a prenderlo per accompagnarlo a Pavia, ma lo aveva trovato confuso. La figlia Nagaja si era precipitata da lui: era cosciente, parlava, ma qualcosa non tornava. Portato d'urgenza alla Poliambulanza di Brescia, la TAC aveva rivelato un'emorragia cerebrale. Era rimasto in stato comatoso per 47 giorni, per poi risvegliarsi ed essere dimesso il 21 maggio. Ma le conseguenze di quel malore devastante non lo avevano mai lasciato davvero andare.
Il numero dieci di una generazione
Cresciuto nel Brescia, aveva legato indissolubilmente il suo nome all'Inter, squadra in cui aveva militato per sei stagioni, diventando l'idolo indiscusso della tifoseria grazie al suo sinistro vellutato. In nerazzurro aveva collezionato 216 presenze tra campionato e coppe, realizzando 37 reti, tra cui una doppietta nel derby vinto per 2-0 il 28 ottobre 1979. Campione d'Italia nella stagione 1979-1980, l'anno dopo era arrivato alla semifinale dell'allora Coppa dei Campioni e aveva vinto anche la Coppa Italia 1981-1982. Poi le esperienze con Sampdoria, Monza e ancora Brescia, chiudendo la carriera nelle serie minori con Alessandria e Barletta.
Dribblossi, il soprannome che lo definiva
Il soprannome "Dribblossi" si deve a Gianni Brera, che lo coniò sottolineando la predisposizione di Beccalossi per la giocata elegante e imprevedibile. Era un fantasista mancino, molto dotato tecnicamente ma discontinuo nel rendimento: la sua presenza in campo risultava tanto efficace nelle giornate di grazia quanto infruttuosa nei periodi di scarsa vena, al punto da indurre alcuni compagni di squadra ad affermare ironicamente, prima delle partite: «oggi giochiamo in dieci o in dodici».
Lui, da par suo, la prendeva con filosofia. «Ho sempre giocato per divertirmi, non per faticare», diceva. E si vedeva.
Quelle partite che sono diventate leggenda
C'è un episodio che i tifosi nerazzurri si tramandano ancora oggi. La doppietta sotto la pioggia nel derby dell'ottobre 1979, con la leggenda che racconta di come si avvicinò ad Albertosi dicendo «Sono Evaristo scusate se insisto». Una frase diventata un marchio, l'emblema di un personaggio che sapeva ridere di se stesso quanto sapeva incantare col pallone.
Ma anche i momenti difficili fanno parte della storia. I due rigori sbagliati in otto minuti nella semifinale di Coppa Uefa contro lo Slovan Bratislava, stagione 1982-1983. Beccalossi pensò che un errore così gli sarebbe costato l'affetto dei tifosi, ma l'amore non si poteva scalfire e San Siro la partita successiva lo accolse con la solita ovazione.
Un talento che non ebbe la Nazionale
Nonostante l'immenso talento tecnico, non era mai riuscito a esordire nella Nazionale maggiore, rimanendo uno dei più celebri esclusi dell'era Bearzot. Un'assenza che in molti non hanno mai smesso di considerare un'ingiustizia. Il calcio, a volte, non premia chi merita di più.
L'Inter lo saluta con le parole più belle
Il club nerazzurro ha voluto ricordarlo con un lungo messaggio che vale più di qualsiasi statistica. «Ci sembra impossibile. Nelle pieghe dei ricordi e nella vita di tutti i giorni, Evaristo era sempre uno di noi. Ineffabile, come i suoi dribbling, unico, come il suo modo di trattare il pallone», si legge nel comunicato ufficiale. «Il talento non si impara. È un dono, al massimo lo si alleva, con la testardaggine di chi è destro di piede e fin da bambino allena il sinistro nel garage di casa fino a diventare mancino, ambidestro, praticamente onnipotente con entrambi i piedi», aggiunge il club.
L'avvocato Peppino Prisco, storico dirigente nerazzurro, aveva già trovato le parole giuste molti anni fa: «lui non giocava con il pallone, era il pallone che giocava con lui». Difficile fare di meglio.
Gli amici e il calcio lo piangono
Fulvio Collovati, campione del mondo '82, lo ricorda così: «Caro Becca, eri un grande, a volte incompreso, ce ne fossero di 10 come te ora! È stato un onore aver giocato insieme a te».
Negli ultimi anni Beccalossi aveva lavorato come opinionista televisivo in diverse trasmissioni, da "Qui studio a voi stadio" su Telelombardia a "Controcampo" su Italia 1, passando per "Diretta stadio" su 7 Gold e "La Domenica Sportiva" su Rai 2. Una voce riconoscibile, un volto familiare per chi il calcio lo ha sempre amato davvero.
L'ultimo saluto
I funerali si svolgeranno venerdì 8 maggio, alle ore 13:45, nella Chiesa Conversione di San Paolo, a Brescia. La camera ardente è aperta presso la Fondazione Poliambulanza: oggi dalle 12 alle 19 e domani dalle 9 alle 19. Lascia la moglie Danila e la figlia Nagaja.
Ciao Becca. Ce ne fossero.
Il Milanista
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