Milano, 1533: una donna contesa, un assassinio e l’ira del re di Francia
- /
- 26 ottobre 2026
Giovanni Alberto Maraviglia finì sul patibolo per un omicidio commesso dai suoi sicari. Ma i legami segreti con la corte francese trasformarono la condanna in un caso diplomatico.
Nell'estate del 1533 Milano era un ducato retto da un uomo che, di fatto, comandava assai meno di quanto il proprio titolo lasciasse immaginare. Francesco II Sforza, ultimo duca della propria dinastia, governava un territorio che era formalmente un feudo del Sacro Romano Impero. E l'imperatore, Carlo V, che era anche re di Spagna, aveva già dimostrato quanto potesse pesare sulle sorti di Milano: nel 1525 gli aveva sottratto il potere, accusandolo di tradimento, e soltanto nel 1529 aveva accettato di restituirglielo, imponendogli pesanti condizioni. L'investitura imperiale del 1530 aveva confermato il suo titolo, ma non gli aveva restituito una piena libertà politica. Le sue principali scelte — persino quella della futura sposa — erano fortemente condizionate dalla corte imperiale. Era un sovrano fragile, sottoposto a una tutela ingombrante, senza la forza contrattuale che i propri antenati avevano avuto con le grandi potenze d'Europa. Dall'altra parte c'era Francesco I, re di Francia e grande rivale di Carlo V: i due si contendevano da anni il predominio in Italia, e Milano era una delle poste più ambite. Eppure fu proprio quell'estate che Francesco II si trovò protagonista di un episodio capace di far infuriare il sovrano francese — non per una guerra, non per un trattato tradito, ma per la testa mozzata di un nobile milanese coinvolto in una storia di gelosia. Un uomo che, dietro le apparenze di un cortigiano e di un mercante, intratteneva rapporti assai delicati con la corona francese.
Una donna contesa, un rivale ucciso di nascosto
Al centro della vicenda c'era una donna milanese, Ippolita de' Corsico, descritta in una fonte storica con una formula latina tagliente quanto ambigua: nobilis sed parum pudica — nobile, ma poco pudica. Di lei, oltre a questo giudizio poco lusinghiero passato ai posteri insieme al suo nome, non sappiamo quasi nulla: né l'età, né la storia della sua famiglia, né cosa pensasse dei due uomini che si contendevano le sue grazie. È lei, però, a comparire al centro della rivalità che avrebbe portato all'omicidio.
I due contendenti erano Giovanni Alberto Maraviglia, conosciuto anche come Meraviglia, e Giovanni Battista Castiglioni, entrambi appartenenti a famiglie di rilievo della Milano del tempo. La loro inimicizia non era recente. I due si conoscevano da anni, da quando avevano militato nella compagnia di Bernabò Visconti, e i contrasti precedenti si erano riaccesi per la comune passione nei confronti di Ippolita. Non sappiamo con precisione quali episodi avessero trasformato quella rivalità in un odio tanto profondo — se uno sgarbo pubblico, un'umiliazione o semplicemente la gelosia che a poco a poco aveva esasperato un'antica ostilità. Sappiamo però come finì.
La sera del 4 luglio 1533, nella contrada di Brera, alcuni servitori di Maraviglia tesero un agguato a Castiglioni e lo uccisero. Non fu uno scontro diretto tra due nobili rivali, ma un assassinio compiuto da uomini al servizio di uno dei contendenti. La morte suscitò immediatamente grande scalpore in città. Castiglioni non era un personaggio qualsiasi: era l'unico figlio di Alessandro Castiglioni, un uomo ricco e potente, e apparteneva a una famiglia il cui prestigio rendeva quell'omicidio particolarmente grave.
Ma anche Maraviglia era tutt'altro che uno sconosciuto. Aveva frequentato la corte di Francia, servito Francesco I e mantenuto rapporti con ambienti politici che guardavano con interesse a un possibile ritorno dell'influenza francese su Milano. La sua presenza in città aveva già suscitato sospetti. Per questo, quando i servitori uccisero Castiglioni, la vicenda non riguardò soltanto due famiglie e una donna contesa: coinvolse un uomo sul quale gravavano da tempo le diffidenze del governo ducale.
La giustizia sommaria del duca
Quando la notizia arrivò alle autorità, la reazione fu immediata. Giovanni Alberto Maraviglia venne arrestato, processato e condannato a morte, probabilmente dopo aver confessato le proprie responsabilità. Nella notte tra il 6 e il 7 luglio 1533 fu decapitato per ordine di Francesco II Sforza. Il suo corpo venne successivamente esposto in piazza Mercanti, nel cuore della Milano cittadina, e poi sepolto nella chiesa di Santa Maria delle Grazie, secondo le sue volontà.
Fu un'esecuzione rapida, che mostrò quanto potere il duca conservasse nell'amministrazione della giustizia, nonostante la propria dipendenza dall'imperatore. In un momento in cui Francesco II non poteva scegliere liberamente neppure con chi sposarsi, poteva ancora ordinare la morte di un uomo appartenente alla nobiltà milanese. Ma il procedimento contro Maraviglia presentò anche un particolare significativo: il condannato ottenne di poter disporre del proprio patrimonio, evitando la confisca dei beni che normalmente accompagnava simili sentenze. Nel testamento ricordò persino le somme di cui era creditore nei confronti di importanti famiglie, comprese quelle degli Sforza e dei Gonzaga, e destinò alcuni lasciti anche ai servitori coinvolti nell'uccisione di Castiglioni.
La corte ducale avrebbe difeso la condanna come la legittima punizione di un assassino. Eppure la decisione di Francesco II poteva avere anche un significato politico. Maraviglia era legato alla Francia, aveva svolto incarichi riservati per Francesco I e il suo operato a Milano era stato seguito con sospetto dagli ambienti vicini all'imperatore. Eliminare un uomo compromesso in un delitto significava dunque anche allontanare dalla città un personaggio scomodo.
Non sappiamo se questa considerazione abbia pesato sulla sentenza, né quanto. Lo storico Gino Benzoni ha tuttavia avanzato un'interpretazione precisa: Francesco II potrebbe aver colto l'occasione per sfidare deliberatamente il re di Francia, dimostrando nello stesso tempo la propria fedeltà all'imperatore Carlo V. Sarebbe stato un modo per trasformare la propria debolezza politica in una manifestazione di autorità.
Fu proprio quell'esecuzione, apparentemente conclusiva, a innescare un secondo capitolo della vicenda — molto più inatteso del primo.
L'ambasciatore segreto conteso tra due corti
Il 6 agosto 1533 Francesco I di Francia indirizzò al duca di Milano una lettera dai toni durissimi. Il sovrano accusava Francesco II di aver fatto giustiziare senza riguardo quello che definiva «mio ambasciatore residente presso Vostra Signoria». La morte di Maraviglia veniva così presentata come l'esecuzione di un rappresentante della corona francese: non più soltanto una questione giudiziaria interna al ducato, ma un affronto diplomatico che poteva diventare un pretesto per una guerra.
C'era però un problema in quell'accusa tanto veemente: la posizione di Maraviglia non era affatto così chiara.
In una lettera precedente, datata 9 ottobre 1532 — quindi scritta dallo stesso Francesco I prima dei fatti — il re lo aveva definito semplicemente «gentilhomme de ma chambre», un gentiluomo della propria camera. Era un titolo di corte, ben diverso da quello di ambasciatore ufficialmente accreditato. Il rappresentante sforzesco a Venezia, messo di fronte alla protesta francese, rispose con altrettanta fermezza: Maraviglia «non era orator dil re Cristianissimo», vale a dire non era un ambasciatore riconosciuto del sovrano francese.
Ma la versione milanese taceva una parte importante della storia. Maraviglia aveva effettivamente servito Francesco I per diversi anni, aveva ricevuto una pensione dalla corona e svolto incarichi politici riservati. Nel 1531 era tornato a Milano per avanzare una proposta matrimoniale favorevole agli interessi francesi. Nel 1532 aveva fatto nuovamente ritorno, questa volta ufficialmente per occuparsi di commerci, ma con istruzioni segrete: osservare la situazione politica del ducato e mantenere i contatti con gli ambienti filofrancesi.
Non era dunque un ambasciatore formalmente riconosciuto dalla corte sforzesca, ma neppure un semplice ex cortigiano estraneo alla diplomazia. Era un agente del re di Francia, impegnato in una missione che non poteva essere dichiarata apertamente senza suscitare le reazioni del duca e, soprattutto, dell'imperatore.
Francesco I, insomma, sembrava aver colto l'occasione per attribuire al proprio agente una dignità diplomatica che Milano non gli riconosceva, trasformando la sua esecuzione in un'offesa alla corona. Ma Francesco II, dal canto proprio, aveva interesse a presentare Maraviglia soltanto come un assassino condannato secondo giustizia, lasciando nell'ombra le ragioni politiche che potevano aver contribuito alla sua rovina.
Era una situazione tipica del gioco diplomatico del Cinquecento: due corti che raccontavano lo stesso episodio in modi opposti, ciascuna scegliendo i fatti più utili alla propria causa. Da una parte un re che denunciava l'uccisione di un proprio rappresentante, dall'altra un duca che rivendicava il diritto di punire un suddito colpevole di omicidio. In mezzo, la figura ambigua di Maraviglia, troppo legato alla Francia per essere considerato un privato cittadino qualsiasi, ma privo di uno status diplomatico ufficialmente riconosciuto da Milano.
Un duca che pagò comunque il prezzo della propria fama
La protesta di Francesco I non si esaurì in uno scambio di lettere. La notizia dell'esecuzione provocò grande indignazione alla corte francese e mise in seria difficoltà i diplomatici milanesi. Giovanni Stefano Robio, rappresentante di Francesco II presso il sovrano francese, arrivò ad allontanarsi dalla corte per timore della propria vita. Nel frattempo, Giovanni Battista Taverna, nipote del giustiziato, contribuì ad alimentare il sospetto che dietro la condanna di Maraviglia si nascondesse un complotto.
Per tutta l'estate del 1533 le proteste francesi e le giustificazioni sforzesche attraversarono la corrispondenza diplomatica delle corti europee. Nell'ottobre successivo Francesco Taverna, gran cancelliere milanese e anch'egli nipote di Maraviglia, venne inviato al congresso di Marsiglia per difendere la posizione ufficiale del ducato. La spiegazione era semplice: Maraviglia era stato processato e giustiziato per un assassinio, non perché fosse un agente della Francia.
Francesco I non accettò quella versione. Si rivolse anche a Carlo V, insistendo sull'offesa subita e cercando di ottenere la possibilità di intervenire contro Milano. La controversia non provocò una guerra immediata, ma neppure scomparve. Il caso Maraviglia sarebbe riemerso negli anni successivi, durante la ripresa delle ostilità tra Francia e Impero nel 1536 e nel 1542. Una decapitazione avvenuta in una notte di luglio era entrata stabilmente nell'arsenale delle accuse diplomatiche francesi.
E non furono soltanto i sovrani a utilizzare la vicenda contro Francesco II.
Pietro Aretino — lo scrittore e polemista più temuto d'Italia, capace con la propria penna di costruire e distruggere reputazioni in tutta la penisola — non risparmiò al duca attacchi feroci. Gli rimproverò anche la condanna di Maraviglia, giudicandola pretestuosa, e lo colpì con soprannomi al vetriolo, arrivando a chiamarlo «protomartire Sforza» e «duca di mummia». La sua ostilità andava oltre quella singola esecuzione e investiva la figura stessa di un principe che, agli occhi dei suoi detrattori, esercitava un'autorità tanto dura verso i sudditi quanto debole davanti alle grandi potenze.
Francesco II morì due anni più tardi, nel 1535, a quarant'anni, ultimo duca della propria dinastia. Dopo di lui, il ducato di Milano passò sotto il dominio di Carlo V, aprendo la strada al lungo periodo della dominazione spagnola.
Non sappiamo se, nei propri ultimi anni, Francesco II abbia mai ripensato a quella decapitazione ordinata nell'estate del 1533. Non sappiamo neppure se avesse previsto fino in fondo le conseguenze della decisione. La condanna di Maraviglia poteva essere difesa come un atto di giustizia, ma si era trasformata in un'arma nelle mani dei suoi avversari, tanto quelli che disponevano di eserciti quanto quelli che combattevano con l'inchiostro.
Quel che resta
Di Ippolita de' Corsico non restano che poche notizie, e un giudizio morale poco lusinghiero affidato a una frase in latino. Di Giovanni Battista Castiglioni, la vittima dell'agguato, conosciamo soprattutto la famiglia, il prestigio sociale e le circostanze della morte. La sua figura finì quasi oscurata da quella dell'uomo condannato per averne provocato l'uccisione.
Di Giovanni Alberto Maraviglia, invece, sappiamo abbastanza per intravedere una vita assai più complessa di quella di un nobile consumato dalla gelosia. Conosciamo i suoi rapporti con la corte francese, le missioni diplomatiche, i legami familiari, gli interessi economici e le tensioni con il governo milanese. La sua morte, avvenuta dopo un assassinio maturato in una rivalità personale, assunse un significato che andò ben oltre il delitto stesso.
Resta, più di tutto, il ritratto di un potere attraversato da contraddizioni profonde. Nel Cinquecento lombardo un duca poteva ancora far decapitare un proprio suddito per un omicidio, ma non poteva impedire che quella sentenza diventasse una questione internazionale. Francesco II Sforza governava uno Stato la cui sopravvivenza dipendeva dall'imperatore, mentre il re di Francia cercava ogni occasione per rimetterne in discussione gli equilibri.
La vicenda di Maraviglia racconta proprio questo: un delitto nato da una rivalità privata, una condanna che poteva rispondere anche a esigenze politiche e una battaglia diplomatica nella quale ciascuno rivendicò la propria ragione. In mezzo, un uomo senza testa, un altro assassinato in una strada di Brera e una donna della quale la storia conservò soprattutto un giudizio sulla sua reputazione.
Annunci gratuiti
Lavora con noi
Telegram News
Pubblicità
Redazione
