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Peschiera Borromeo, Righini sul data center: «Moretti provò a valutare una soluzione diversa per l’ex Postal Market»

Marco Righini (nel cerchio a destra) interviene sul Data Center di San Bovio
Marco Righini (nel cerchio a destra) interviene sul Data Center di San Bovio L'ex vicesindaco della Giunta Molinari con deleghe su Transizione digitale, Ambiente ed Ecologia, ricostruisce la vicenda dell’ex Postal Market

L’ex vicesindaco di Peschiera Riparte ricostruisce le prime interlocuzioni sull’ex Postal Market: «Non facemmo atti formali». Le critiche alle proteste e a Luigi Di Palma, le due assenze dell’assessora Baratelli e la richiesta di maggiori garanzie su efficienza energetica e microclima.

Righini ricostruisce le origini del progetto e il passaggio tra le Amministrazioni

PESCHIERA BORROMEO, 14 ottobre 2026 – L’ex sindaco Augusto Moretti avrebbe cercato una soluzione alternativa al data center per il recupero dell’ex Postal Market di San Bovio. A raccontarlo è Marco Righini, ex vicesindaco della Giunta guidata da Caterina Molinari dal 2016 al 2021, espressione di Peschiera Riparte, lista civica che amministrava la città insieme a Peschiera Bene Comune.

Righini, che aveva tra le proprie deleghe, Transizione digitale, Ambiente ed Ecologia, ricostruisce nell’intervista a 7giorni le prime interlocuzioni sull’area, precisando che durante l’Amministrazione Molinari non vennero adottati atti formali relativi al data center.

È proprio sul passaggio alla successiva Amministrazione Moretti che emerge uno degli elementi più interessanti dell’intervista. Righini racconta che il nuovo sindaco, con il quale dice di aver avuto un ottimo rapporto, provò a verificare la possibilità di un utilizzo differente dell’ex Postal Market. Una strada che, secondo l’ex vicesindaco, si sarebbe però scontrata con gli elevati costi necessari per recuperare e bonificare l’area.

Nel corso della lunga conversazione l’ex vicesindaco affronta anche le ragioni che avevano portato la precedente Amministrazione a considerare positivamente l’ipotesi di un data center, le possibili alternative logistiche, le proteste esplose a San Bovio e alcuni aspetti tecnici sui quali, a suo giudizio, sarebbe utile ottenere informazioni più approfondite: dall’efficienza energetica, attraverso il parametro PUE, fino agli eventuali effetti sul microclima.

«Con Molinari solo interlocuzioni, nessun atto formale»

Partiamo dall’Amministrazione Molinari. Quali ragionamenti avevate fatto sull’ex Postal Market e sulla possibilità di insediare un data center?

«La città aveva diversi “ecomostri”: l’Astrea, la cartiera ex Fredigoni e l’ex Postal Market, con la differenza che quest’ultimo si trovava proprio all’interno della frazione di San Bovio. Quando si presentò questa possibilità, noi non facemmo atti formali, perché non ce n’erano ancora: ci furono soltanto delle interlocuzioni. Personalmente la considerai in maniera positiva, soprattutto valutando quali fossero le alternative concretamente possibili per quell’area».

Perché la considerava positivamente?

«Bisogna ricordare cosa c’era dentro quell’area. Io ricordo depositi illeciti e una quantità enorme di pneumatici: se fossero andati a fuoco avrebbero provocato un inquinamento incredibile. C’era sicuramente una situazione ambientale problematica. Il Comune aveva anche anticipato delle somme per intervenire su ciò che era visibile, senza considerare poi tutti gli aspetti legati alla sicurezza, alle intrusioni e all’abbandono dell’area».

Le alternative: acquisto pubblico, residenziale o logistica

Una delle obiezioni che viene fatta oggi è che il Comune avrebbe potuto acquistare l’area. Secondo Lei era un’opzione realistica?

«Bisognava considerare non soltanto il prezzo di acquisto, ma anche la bonifica, la demolizione degli edifici e lo smaltimento. Secondo me si sarebbe potuti arrivare complessivamente intorno ai 10 milioni di euro. E parliamo di un Comune che aveva, e ha, altre necessità importanti: le scuole, le strade, l’illuminazione pubblica. Spendere una cifra del genere per una sola area e per una sola frazione avrebbe significato sottrarre risorse ad altri interventi».

E una trasformazione residenziale avrebbe potuto rappresentare un’alternativa?

«Anche quella sarebbe stata una strada molto difficile. Chi avesse acquistato l’area per costruire abitazioni avrebbe dovuto sostenere il costo del terreno, della bonifica, delle demolizioni e poi della nuova costruzione. Con costi di recupero così elevati sarebbe stato difficile rimanere nei normali valori di mercato delle abitazioni».

Quali erano, quindi, le alternative che vedevate concretamente?

«Gli investimenti che realisticamente potevano interessare un’area di quelle dimensioni erano soprattutto due: la logistica oppure un data center. Era difficile immaginare, per esempio, un grande insediamento di uffici in una frazione senza metropolitana e con quei collegamenti. A quel punto abbiamo ragionato sull’impatto che le diverse soluzioni avrebbero avuto sugli abitanti».

A quale conclusione eravate arrivati?

«La valutazione fu quella del minore impatto. Un data center, se adeguatamente mitigato anche attraverso alberature e con tutte le garanzie necessarie, ci sembrava avere un impatto inferiore rispetto alle altre possibilità».

Perché ritenevate la logistica più problematica?

«Parliamo di un’area di circa 37mila metri quadrati. Se fosse diventata una logistica tradizionale avremmo avuto un numero importante di Tir e mezzi pesanti; se invece fosse stata destinata all’ultimo miglio, avremmo avuto migliaia di furgoni. Tutto questo in una frazione che, oggettivamente, ha una viabilità molto limitata».

Il passaggio a Moretti e il tentativo di una soluzione diversa

Poi arriva l’Amministrazione Moretti e Lei passa in Consiglio comunale. Cosa succede al progetto?

«Una cosa importante va chiarita: noi non avevamo fatto atti formali, c’erano state soltanto interlocuzioni. Quando arrivò Moretti, con il quale avevamo un ottimo rapporto e collaboravamo molto bene, ricordo che provò a verificare se fosse possibile fare altro, proprio perché ancora non c’erano atti formali. Si ragionò anche sull’ipotesi di una scuola, ma le condizioni economiche dell’area rendevano molto difficile una soluzione di quel tipo».

Quindi Lei aveva parlato direttamente con Moretti dell’ex Postal Market?

«Sì. Lui avrebbe preferito qualcosa come una scuola internazionale o comunque una soluzione di quel genere. Poi, però, quando si entrava nel merito dei costi e si vedeva concretamente l’area, ci si rendeva conto di quello che sarebbe stato necessario fare dal punto di vista della bonifica. E i conti non consentivano di percorrere facilmente quella strada».

Moretti era quindi contrario al data center?

«Non la metterei in questi termini. Nessun amministratore dice: “Che bello, facciamo un data center”. Ci si trova davanti a una situazione concreta, a dei diritti esistenti e alle alternative possibili. Noi avevamo considerato il data center come la soluzione che, tra quelle prospettate, sembrava avere il minore impatto».

«Il Comune deve garantire controlli e tutelare i cittadini»

Alla luce di tutto questo, quale dovrebbe essere oggi, secondo Lei, il ruolo dell’Amministrazione comunale?

«Il Comune deve essere garante dei controlli e fare in modo che le richieste ragionevoli dei cittadini vengano effettivamente prese in considerazione. Bisogna tutelare al massimo la cittadinanza, tenendo però conto anche dei diritti della proprietà privata e di chi ha titolo per esercitare un’attività su quell’area».

Quindi per Lei il punto è trovare un equilibrio tra questi due diritti?

«Esatto. Ci sono dei diritti e li hanno tutti. Li hanno i cittadini, che giustamente possono essere preoccupati, ma li ha anche chi ha acquistato un’area sulla quale esistono determinati diritti. Il compito dell’Amministrazione è tutelare il più possibile la cittadinanza nel rispetto anche dei diritti dell’altra parte».

Le proteste: «Quando ti arriva sotto casa si fa la protesta»

Lei ha seguito l’incontro pubblico e le proteste dei cittadini di San Bovio. Ritiene che ci sia stato un problema di comunicazione?

«Sinceramente no. Anche quando eravamo in Amministrazione ci chiedevamo spesso perché le persone non si informassero. Oggi gli strumenti ci sono: c’è il Consiglio comunale, ci sono i verbali, c’è internet. Se uno vuole informarsi può farlo. Il problema è che molto spesso ci si interessa di una questione soltanto quando ci riguarda direttamente».

È questo che, secondo Lei, è successo a San Bovio?

«Questa è la mia opinione personale: quando una cosa ti arriva sotto casa, allora parte la protesta. Ma per valutare davvero bisogna conoscere quello che c’era prima, quello che viene realizzato dopo e quali fossero concretamente le alternative. Altrimenti diventa difficile fare una valutazione oggettiva».

Ritiene quindi sbagliate le preoccupazioni dei residenti?

«No, i cittadini hanno tutto il diritto di essere preoccupati e di chiedere garanzie. Quello che contesto è un approccio che escluda a priori qualsiasi possibilità di confronto. Bisogna fare proposte sensate e soprattutto chiedere dati concreti».

La critica a Luigi Di Palma: «Aveva il diritto di accesso agli atti»

Durante l’incontro pubblico Lei è stato particolarmente critico anche nei confronti dell’intervento del dottor Luigi Di Palma, oggi consigliere comunale di Forza Italia ed ex presidente del Consiglio comunale durante l’Amministrazione Moretti. Perché?

«Io voglio bene al dottor Di Palma, però all’epoca era consigliere di maggioranza ed era presidente del Consiglio comunale. Gli atti ufficiali sono stati fatti durante l’Amministrazione Moretti e, proprio per il ruolo che ricopriva, aveva sicuramente la possibilità di avere molte più informazioni di quelle che potevo avere io quando eravamo ancora nella fase embrionale delle interlocuzioni».

Di Palma ha sostenuto che all’epoca non fossero chiare tutte le caratteristiche di ciò che sarebbe stato realizzato. Lei non considera sufficiente questa spiegazione?

«No. Un consigliere comunale ha il diritto di accesso agli atti e, a maggior ragione, chi ricopriva il ruolo di presidente del Consiglio comunale aveva gli strumenti per approfondire. Posso comprendere che un normale cittadino non conosca tutti i passaggi o non abbia seguito l’iter, ma da chi sedeva in Consiglio comunale mi aspetto un livello di informazione diverso».

Righini torna sul tema anche più avanti nell’intervista, collegando la propria critica a Di Palma alla difficoltà, sperimentata quando amministrava, di compiere scelte pensando agli effetti nel medio e lungo periodo anziché alla contrapposizione politica immediata.

Il PUE: «Un cittadino consapevole deve chiedere i dati»

Uno degli aspetti sui quali Righini concentra l’attenzione è il PUE, Power Usage Effectiveness, parametro utilizzato per misurare l’efficienza energetica di un data center.

Che cos’è il PUE e perché lo considera importante?

«È il rapporto tra l’energia totale consumata dal data center e quella effettivamente utilizzata dalle apparecchiature informatiche. Più il valore tende a uno, maggiore è l’efficienza. È un parametro importante anche per capire quanto sia moderna la tecnologia utilizzata».

Lei ha trovato nella documentazione il PUE previsto per il data center di San Bovio?

«Io non l’ho trovato. Ho guardato i dati presenti nella pratica, ma il PUE non mi risulta dichiarato. Magari è contenuto in altri documenti ai quali non ho avuto accesso, perché oggi non sono dentro l’Amministrazione. Però è esattamente uno di quei dati che un cittadino consapevole dovrebbe chiedere: se mi dici che l’impianto è moderno ed efficiente, dimostramelo attraverso i dati».

Quindi è uno degli elementi che, secondo Lei, andrebbero richiesti e approfonditi?

«Sì. Non sto dicendo che il dato non esista: dico che io non l’ho trovato nella documentazione che ho potuto consultare. Sarebbe interessante conoscerlo, proprio perché permetterebbe di avere un elemento concreto sul quale ragionare».

Microclima e temperatura: «Andrebbe chiesta una modellazione»

Un’altra preoccupazione riguarda il calore prodotto dall’impianto. Lei ha trovato dati sull’impatto sulla temperatura?

«Sulla temperatura non ho trovato dati. Proprio per questo ritengo che sia un aspetto da approfondire. Se il sistema di raffreddamento può avere effetti sul contesto circostante, si potrebbe chiedere una modellazione dell’impatto sul microclima. Senza dati è difficile dire se esista un problema e quale sia la sua reale dimensione».

Quindi su questo fronte ritiene legittimo chiedere ulteriori garanzie?

«Sì. Il punto è proprio questo: chiedere dati, verifiche e garanzie concrete. È molto più utile rispetto ad affermare qualcosa senza avere elementi tecnici che lo dimostrino».

«Serve dialogo, non benzina sul fuoco»

Lei è rimasto colpito anche dai toni dell’incontro pubblico. Cosa non ha condiviso?

«Un conto è avere un dialogo, anche acceso, ma ordinato e rispettoso, che possa portare a qualcosa di positivo per i cittadini. Qui abbiamo un problema complesso, che coinvolge norme nazionali e regionali, i diritti del privato e il diritto dei cittadini a essere informati e tutelati. Però ci deve essere, da entrambe le parti, la volontà di ascoltare, suggerire e dialogare per trovare delle risposte alle preoccupazioni, che possono essere assolutamente legittime».

Quale dovrebbe essere allora, secondo Lei, l’atteggiamento della politica?

«Maggioranza e opposizione dovrebbero sedersi insieme ai comitati, con senso di responsabilità, e trovare una modalità di dialogo ragionevole. Le preoccupazioni dei cittadini non devono essere utilizzate per gettare benzina sul fuoco, ma per cercare risposte e soluzioni».

Paola Baratelli assente l’8 e il 13 ottobre: «Io avrei voluto tutta la Giunta»

L’assessora all’Ambiente ed Ecologia Paola Baratelli è risultata assente sia all’incontro dell’8 ottobre sia a quello del 13 ottobre. In entrambe le occasioni altri assessori, pur non avendo le sue deleghe, sono rimasti in prima linea a rispondere alle forti contestazioni dei cittadini sul data center. Lei come giudica questa situazione?

«Trovo molto positivo che ci siano persone che, di fronte a situazioni critiche, si presentano e si assumono la responsabilità del confronto. Anche per questo credo che chi è lì non debba essere aggredito: sono persone che si sono presentate e ci hanno messo la faccia. Io, però, avrei voluto lì tutta la Giunta. Se fossi stato sindaco avrei obbligato tutti ad andare: chi non fosse voluto venire, per me, sarebbe stato fuori dalla Giunta».

E sul fatto che proprio l’assessora con le deleghe ad Ambiente ed Ecologia sia mancata in entrambi gli incontri, che idea si è fatto?

«Io non so se la Baratelli sia favorevole o contraria. È possibile che si trovi in una posizione di difficoltà, lo posso immaginare, ma non lo so».

Microsoft e le richieste dei cittadini

Secondo Lei Microsoft potrebbe essere disponibile a fornire ulteriori garanzie e ad accogliere richieste aggiuntive?

«Io penso che qualsiasi azienda, qualsiasi Amministrazione e qualsiasi parte coinvolta, se ha interesse a migliorare le condizioni, diminuire l’impatto o ridurre le preoccupazioni delle persone, non abbia motivo di sottrarsi al confronto. Se l’obiettivo è chiedere più controlli e maggiori tutele, credo che ci siano gli spazi per farlo».

Ma Lei pensa che, per una parte dei comitati, l’obiettivo sia invece fermare completamente il progetto?

«Questa è la sensazione che ho avuto: penso che, anche se venissero accolte tutte le loro richieste, per alcuni l’obiettivo rimarrebbe quello di non farlo costruire. È però importante distinguere le diverse posizioni, perché ci sono più comitati e non tutti esprimono le stesse richieste».

Acqua, falda e recupero del calore

Nella parte conclusiva dell’intervista il confronto si sposta anche sul consumo d’acqua. Righini ricorda come la riduzione dei grandi prelievi industriali del passato abbia contribuito, secondo la sua ricostruzione, alla risalita della falda, con conseguenze che in alcune zone del territorio sono ancora oggi visibili.

Lei ritiene quindi che il consumo d’acqua del data center non rappresenti un problema?

«Non sto dicendo che sia giusto sprecare acqua. Dico che bisogna guardare anche al contesto e ai dati. In passato le grandi industrie prelevavano quantità enormi d’acqua e, quando quei prelievi sono cessati, la falda è risalita. Ci sono ancora condomini che subiscono problemi proprio a causa della falda alta. Questo non significa che oggi si possa sprecare acqua, ma che il tema deve essere valutato nel suo complesso».

Si potrebbe pensare, invece, a recuperare il calore prodotto dal data center attraverso il teleriscaldamento?

«Sarebbe molto interessante collegarlo al teleriscaldamento, perché in questo modo il calore potrebbe diventare una risorsa anche per i cittadini. Oggi questa possibilità non c’è, ma un dialogo intelligente potrebbe partire proprio da qui: capire che cosa servirebbe per rendere possibile in futuro un collegamento del genere e se si possa pianificare fin da ora qualcosa che consenta, negli anni, di recuperare quel calore».

«Non sono l’architetto dei data center di Peschiera»

In questi giorni c’è anche chi La indica come una sorta di “architetto” dei data center di Peschiera. Cosa risponde?

«Non c’entro niente. Non è il mio lavoro e non conosco neppure le persone coinvolte. Sul PGT, per esempio, l’ho detto chiaramente: non è una materia che conosco abbastanza da potermi mettere in cattedra. Cerco invece di documentarmi sugli aspetti sui quali posso mettere a disposizione le mie competenze».

«In politica non tornerei: mi ha deluso l’approccio dei cittadini»

Lei oggi è fuori dalla politica istituzionale. Eppure, ascoltandola parlare di questi temi, emerge ancora una forte attenzione per la città, per lo sviluppo e per le scelte che riguarderanno il futuro. Tutto questo Le ha fatto tornare almeno un po’ la voglia di rimettersi in gioco politicamente?

«No. È veramente una tristezza. Non lo farei più per mille motivi e il primo è l’approccio dei cittadini. Quello che ho visto anche in questa vicenda mi ricorda altre situazioni che ho vissuto quando amministravo. Penso, per esempio, a via Galvani: quando un’Amministrazione tenta di fare qualcosa con un po’ di lungimiranza può trovarsi davanti movimenti e contestazioni che partono dal presupposto che dietro una scelta ci sia necessariamente qualcosa di sbagliato. Non voglio certo dire che noi abbiamo fatto tutto bene: tutti commettono errori. Ma un conto è il confronto, anche duro, sulle scelte; un altro è partire dalla convinzione che chi amministra non stia agendo nell’interesse dei cittadini».

«Io la politica l’ho vissuta con uno spirito diverso: quello di un cittadino che si mette a disposizione e cerca di fare del proprio meglio per cambiare le cose, non per avere il potere. Per questo diventa difficile accettare che ogni scelta venga letta attraverso la contrapposizione politica o sfruttando le paure e le difficoltà del momento. Il confronto può essere anche aspro, ed è giusto che lo sia, ma dovrebbe servire a migliorare le decisioni. Quando invece viene meno la fiducia e si dà per scontato che chi amministra non lo faccia nell’interesse della comunità, per me diventa molto difficile pensare di tornare a fare politica».
Giulio Carnevale