Il Diavolo di Porta Romana: l’immortalità oscura di Palazzo Acerbi
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- 29 gennaio 2026
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Mentre la peste del 1630 trasformava Milano in un immenso lazzaretto, al civico 3 di Corso di Porta Romana un uomo sfidava Dio e la natura, protetto da mura che il morbo non osò mai valicare.
Nella Milano del XVII secolo, schiacciata dalla dominazione spagnola e dal terrore per la crescente diffusione della peste, Ludovico Acerbi, senatore e marchese, acquistò un palazzo destinato a diventare leggenda. Uomo dal carisma sinistro, ignorò deliberatamente gli ordini delle autorità sanitarie e i moniti della Chiesa, trasformando la propria dimora nel centro di una mondanità sfacciata. Mentre per le strade i carri dei monatti raccoglievano i cadaveri, dalle finestre di Palazzo Acerbi si diffondevano musiche celestiali e risate fragorose.
Ogni giorno il Marchese attraversava la città su una carrozza trainata da sei cavalli neri, scortato da sedici servitori in livrea verde smeraldo: un’ostentazione di lusso che, in una Milano segnata dalla morte, suonava come un deliberato insulto.
La peste alla porta
Il contesto, documentato da cronisti come Giuseppe Ripamonti e ripreso in seguito anche da Alessandro Manzoni, descrive Acerbi come un uomo dal carisma glaciale, ritirato in un isolamento dorato e circondato da una corte di nobili che avevano scelto il piacere al posto della penitenza. I cittadini, vedendo che né il Marchese né i suoi ospiti mostravano alcun segno della malattia, iniziarono a mormorare l’ipotesi più oscura: Ludovico Acerbi non era un semplice eccentrico, ma l’incarnazione stessa del maligno, o quantomeno un uomo che aveva stretto un patto capace di rendere la sua dimora impermeabile al contagio.
E in effetti, all’interno di Palazzo Acerbi, nessuno si ammalò: né servitori, né ospiti dei continui baccanali. Il Marchese organizzava banchetti con decine di portate proprio mentre, all’esterno, le porte delle case venivano segnate con la croce degli appestati. La sua condotta appariva come una sfida aperta alla natura e al destino: Acerbi riceveva gli invitati con calma serafica, seduto su un trono nel salone principale, circondato da simboli che molti giudicavano blasfemi.
Ogni sera il palazzo veniva illuminato a giorno da centinaia di torce, una sfida luminosa alla nebbia di morte che avvolgeva la città. Si diceva che chiunque varcasse quelle soglie per chiedere aiuto venisse respinto da una forza invisibile o sparisse nel nulla, alimentando la convinzione che le fondamenta della dimora poggiassero su un terreno consacrato a potenze ben diverse da quelle celesti.
I banchetti delle tenebre
Nei sotterranei di Palazzo Acerbi si consumavano quelli che le cronache popolari dell’epoca definirono "i banchetti dell'immortalità". Documenti non ufficiali e testimonianze raccolte dai confessori parlano di una serie di gallerie che non servivano solo come dispense, ma costituivano una vera e propria città sotterranea.
Secondo le leggende esoteriche, Acerbi non era solo un gaudente, ma anche un esperto di aeromanzia. Si narra che nelle cantine avesse fatto installare enormi bracieri dove venivano bruciate miscele di resine rare, erbe provenienti dall'Oriente e sali minerali. Questa "nebbia artificiale" veniva convogliata attraverso intercapedini segrete nelle pareti, creando una pressione d’aria positiva che impediva ai miasmi della peste di penetrare. Gli ospiti che scendevano nei sotterranei descrivevano un’aria "fresca e profumata di incenso e zolfo", in totale contrasto con il fetore di putrefazione che regnava a pochi metri di distanza, oltre le mura di cinta.
Un particolare inquietante riguarda l’orchestra del Marchese. Si diceva che Acerbi avesse assoldato musicisti stranieri, ignari di ciò che accadeva all’esterno, costringendoli a suonare h24 nei sotterranei. La musica veniva amplificata da vasi acustici inseriti nelle volte delle cantine, producendo vibrazioni che, secondo la credenza popolare, "frastornavano" gli spiriti della peste, rendendo il palazzo invisibile agli angeli sterminatori. Questa cacofonia di lusso e melodie era percepita dai milanesi all’esterno come un ronzio costante e diabolico, che sembrava provenire direttamente dalle viscere della terra.
La leggenda più estrema parla di una sala circolare situata al terzo livello sotterraneo, accessibile solo tramite una scala a chiocciola priva di corrimano. Al centro si trovava un tavolo di marmo nero dove Acerbi cenava con dodici ospiti scelti tra l’élite cittadina, tutti coloro che avevano accettato di rinnegare ogni timore religioso in cambio della salvezza.
In questi banchetti si dice che il Marchese servisse cibi che non risentivano del tempo: carni che non marcivano e vini che parevano sangue fresco. Chi partecipava a queste cene riceveva un piccolo anello d’oro nero, un segno che, una volta varcate le soglie del palazzo, sembrava proteggerli miracolosamente dal contagio, a patto di non rimettere mai piede in una chiesa.
La verità storica tra le pieghe del mito
Le indagini storiche e architettoniche condotte nei secoli successivi hanno rivelato particolari che hanno alimentato il mito. Durante i restauri, sono stati notati fregi e decorazioni che richiamano l'iconografia del "Signore del disordine", una figura ancestrale che incarna il ribaltamento delle leggi morali e naturali: colui che prospera nel caos mentre il resto del mondo soccombe. Esotericamente, i fregi e le decorazioni del palazzo — mascheroni ghignanti, volute deformate e simboli ferini — non erano semplici ornamenti, ma veri e propri sigilli di inversione: servivano a creare una barriera energetica basata sulla forza del disordine stesso.
Il dettaglio più incredibile, tuttora visibile sulla facciata, è una palla di cannone conficcata nel muro al primo piano. Sebbene risalga alle Cinque Giornate di Milano del 1848, la credenza popolare l’ha legata al destino del palazzo: un edificio che "respinge" ogni attacco, che sia un proiettile o un virus.
Se spogliamo la storia dagli elementi soprannaturali, resta un dato documentato: Ludovico Acerbi possedeva una delle biblioteche scientifiche più fornite della città. È probabile che la sua "immunità" derivasse da una combinazione di isolamento rigoroso, igiene maniacale — possedeva pozzi privati profondissimi che attingevano a falde incontaminate — e l’uso di sostanze disinfettanti allora poco note.
Tuttavia, il fatto che egli non abbia mai mostrato un briciolo di carità, preferendo spendere fortune in feste sotterranee mentre i suoi concittadini morivano a migliaia, ha trasformato la sua figura in quella di un "vampiro energetico". La sua casa non era solo una fortezza contro il morbo, ma un monumento all’indifferenza suprema, dove il lusso veniva usato come arma contundente contro la realtà.
Quando Ludovico Acerbi acquistò il palazzo, non comprò solo un edificio barocco, ma anche l’accesso a un sistema di tunnel che risaliva a oltre mille anni prima. Sotto Corso di Porta Romana correva infatti il grande collettore fognario romano, una struttura ingegneristica talmente massiccia e ben costruita da essere ancora parzialmente percorribile nel XVII secolo.
Documenti dei rilievi architettonici condotti tra l’Ottocento e il Novecento confermano che le cantine di Palazzo Acerbi poggiano su possenti blocchi di ceppo d’Adda e mattoni romani. Il Marchese, con la sua mania per la sicurezza, aveva fatto rinforzare e isolare questi passaggi. La leggenda vuole che egli utilizzasse le antiche gallerie romane per spostarsi segretamente verso il centro (zona Piazza Missori) senza mai calpestare il selciato infestato dalla peste. Questo spiegherebbe le apparizioni del Marchese in diversi punti della città "quasi in contemporanea", alimentando il mito della sua ubiquità diabolica.
Poco distante dal palazzo sorgeva, in epoca classica, un tempio dedicato a Ercole. Gli esoteristi milanesi hanno spesso sottolineato come Palazzo Acerbi sia allineato con precisione rituale lungo l’asse che collegava le antiche porte romane ai luoghi di culto pagano.
Si ipotizza che Acerbi fosse a conoscenza delle "linee di forza" del sottosuolo e che avesse scelto il palazzo proprio perché situato sopra un nodo di gallerie che convogliavano non solo aria — attraverso i pozzi di ventilazione romani — ma anche, secondo le credenze dell’epoca, "energie della terra" capaci di rigenerare il corpo e mantenerlo immune dal decadimento della peste.
Uno dei particolari più affascinanti riguarda il pozzo privato del palazzo. Mentre la maggior parte dei pozzi milanesi pescava da falde superficiali, facilmente contaminate dai batteri della peste e dai rifiuti, il pozzo di Palazzo Acerbi scendeva molto più in profondità, intercettando un antico acquedotto romano sotterraneo. Questo permetteva al Marchese di avere acqua purissima e costantemente corrente. Durante i suoi baccanali, l’acqua veniva fatta scorrere in canalette di pietra sotterranee per rinfrescare le stanze, creando un sistema di condizionamento naturale. Per il popolo, che vedeva l’acqua dei propri pozzi farsi torbida e letale, osservare il Marchese lavarsi in acque cristalline era la prova definitiva di un privilegio sovrannaturale.
Nel corso dei secoli, molti accessi a queste gallerie sotto Porta Romana sono stati murati, specialmente durante i lavori per la metropolitana (Linea M3) e per la messa in sicurezza dei rifugi antiaerei della Seconda Guerra Mondiale. Tuttavia, le piante catastali più antiche mostrano ancora delle "zone d’ombra" proprio in corrispondenza del perimetro del palazzo.
Il legame tra Acerbi e la Roma sotterranea ci restituisce l’immagine di un uomo che aveva compreso una verità fondamentale: per dominare la superficie di Milano, bisogna possedere i suoi abissi. La sua "immunità" non era solo un patto con le tenebre, ma un uso sapiente e spietato di un’eredità ingegneristica che la città aveva dimenticato, ma che lui aveva trasformato nel suo scudo personale.
Il Diavolo abita ancora in Porta Romana?
Oggi Palazzo Acerbi è un elegante edificio che ospita uffici e abitazioni di lusso. Eppure, se ci si ferma a osservarlo nelle sere di nebbia, sembra ancora emanare quella fredda indifferenza che lo protesse nel 1630. L'epilogo di questo mistero risiede nella domanda mai risolta: fu scienza alchemica, fortuna sfacciata o un reale intervento preternaturale?
Il mistero di Palazzo Acerbi è la prova che a Milano la ricchezza ha spesso una radice oscura. La palla di cannone incastrata nella facciata è l'ultimo occhio di un testimone muto che ci osserva, ricordandoci che esistono luoghi in questa città dove le leggi del mondo sembrano sospese. Ludovico Acerbi, il "Diavolo di Milano", ha lasciato un'eredità di pietre che non conoscono il degrado, un monumento all'arroganza immortale che continua a sfidare il tempo, restando a monito di come, a volte, l'oscurità sia il miglior scudo contro il dolore del mondo.
Stefano Brigati - Redattore
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