Il grande inganno di chi ostacola la riforma: quel NO è il grido di chi vuole la magistratura sottomessa alla politica
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- 15 febbraio 2026
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Difendere l'attuale sistema non significa proteggere l'autonomia dei giudici, ma blindare il potere delle correnti e mantenere in vita un modello di giustizia che affonda le sue radici nel ventennio fascista con la riforma del 1941
Davanti a quel cartello che recita con sicumera «Quando la politica vuole controllare la giustizia la risposta è NO», è necessario fermarsi e sollevare il velo di ipocrisia che avvolge il dibattito pubblico italiano. Quello slogan, apparentemente nobile, nasconde una realtà diametralmente opposta: oggi la giustizia non è affatto libera dalla politica, ma ne è profondamente intrisa attraverso un sistema di potere interno che ha trasformato alcuni magistrati in veri e propri esponenti di partito.
L’Associazione Nazionale Magistrati, attraverso le sue correnti, esercita un controllo capillare che condiziona ogni aspetto della vita giudiziaria. Sono queste fazioni a decidere le nomine chiave al Consiglio Superiore della Magistratura, a stabilire chi deve fare carriera e chi deve occupare i posti di comando nelle procure e nei tribunali. Non è la politica dei partiti tradizionali a invadere il campo, ma sono le correnti a comportarsi come partiti, spartendosi incarichi e potere in base all’appartenenza associativa piuttosto che al merito professionale.
Un punto che viene spesso taciuto, quasi fosse un segreto imbarazzante, riguarda l'origine dell'attuale struttura delle carriere. È un fatto storico inoppugnabile che l’unificazione tra chi accusa (il Pubblico Ministero) e chi giudica sia un lascito del periodo fascista. Fu proprio il regime a volere questa confusione di ruoli per assicurarsi che l’azione penale e il giudizio rimanessero dentro un unico perimetro controllabile.
Nel 1941, in pieno periodo fascista, l’ordinamento giudiziario venne riorganizzato attraverso una riforma che consolidò l’unificazione delle carriere tra pubblico ministero e giudice. Il modello disegnato allora prevedeva l’appartenenza di entrambe le funzioni allo stesso ordine, con la possibilità di passare dall’una all’altra nel corso della vita professionale. L’impianto rispondeva a una concezione fortemente centralizzata dello Stato, in cui la magistratura era inserita in una struttura gerarchica e unitaria.
Difendere oggi il «NO» alla separazione delle carriere significa, nei fatti, combattere per mantenere un’impostazione autoritaria ereditata dal 1941, spacciandola paradossalmente per una conquista democratica.
Il cittadino che entra in un’aula di giustizia ha il diritto sacrosanto di trovarsi di fronte a un giudice che sia davvero terzo, ovvero distante e distinto da chi sostiene l’accusa. Invece, l’attuale sistema permette che chi accusa e chi giudica appartengano allo stesso ordine, facciano carriera insieme e spesso militino nelle stesse correnti che decidono il loro destino professionale. Questo non è un presidio di libertà, ma un cortocircuito che mina alla base la credibilità delle istituzioni.
Opporsi al cambiamento con slogan d’effetto serve solo a mantenere lo status quo. Dire di no alla riforma significa lasciare la magistratura ostaggio di un’autonomia che è diventata autoreferenzialità,
dove le carriere sono blindate e il controllo politico avviene
dall'interno, lontano dagli occhi degli elettori ma con effetti
devastanti sulla vita delle persone. È tempo di ammettere che la vera indipendenza si ottiene spezzando questo legame
insano e superando una volta per tutte una struttura fascista che non
ha più ragione di esistere in uno Stato di diritto moderno. Solo
attraverso una netta separazione delle funzioni e lo smantellamento del
sistema spartitorio delle correnti potremo dire che la giustizia è
finalmente tornata a essere dei cittadini e non delle fazioni.
Giulio Carnevale
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Redazione